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LA GRANDE CRISI E IL TRAMONTO DEL CAPITALISMO LIBERALE


L'800 fu il secolo d'oro del capitalismo liberale: senza grandi guerre per circa 100 anni, l'Europa vide il mercato affermarsi come principio regolatore dell'economia, assicurando una forte crescita della produzione e degli scambi.
Col tempo emersero però le tensioni sociali e politiche legate alle nuove domande di riconoscimento sociale e di integrazione politica della classe operaia, che cresceva insieme con l'impetuoso sviluppo delle attività industriali. E quindi già negli ultimi decenni del secolo si manifestarono le difficoltà del capitalismo liberale a tenere insieme crescita economica, integrazione sociale e rapporti pacifici tra gli stati.
Inoltre, il 1° conflitto mondiale comportò costi economici e sociali altissimi e accellerò il mutamento istituzionale e nonostante i tentativi di ricostituire l'ordine prebellico, le condizioni economiche e sociali restarono estremamente instabili: infatti malgrado gli ingenti prestiti forniti dagli Stati Uniti, in Europa la ripresa economica fù lenta e la disoccupazione restò elevata; il commercio internazionale stentò a riprendersi, anche se la produzione di manufatti crebbe a ritmi elevati, grazie alle innovazioni tecnologiche e organizzative.
Si trattava di una situazione ad alto rischio, perché l'interruzione dei flussi creditizi americani, legata a motivi interni di quel paese, avrebbe potuto avere effetti a catena disastrosi sull'economia europea e mondiale. Con il crollo della Borsa di New York nel '29, la Grande Crisi trascinò tutta l'economia dei paesi sviluppati in una gravissima e prolungata depressione, con crollo della produzione, fallimenti a catena delle imprese e picchi di disoccupazione mai raggiunti in precedenza.
Il capitalismo liberale, già minato dalla grande guerra e dagli eventi successivi, viene progressivamente sostituito, da un nuovo quadro istituzionale nel quale rilevante importanza andava ad assumere il ruolo dello stato.
Tratto da SOCIOLOGIA ECONOMICA di Antonio Amato
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