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La tempestività nella dichiarazione dello stato di crisi nel Corporate e Investment Banking

La tempestività nella dichiarazione dello stato di crisi nel Corporate e Investment Banking

Il management non ha in genere incentivo a dichiarare tempestivamente la situazione di crisi, anzi, il suo interesse sta nel procrastinare il più possibile il riconoscimento della crisi. Ammettere la situazione di crisi significa riconoscere un fallimento nella gestione dell’impresa e nella definizione delle sue strategie. Mantenere il controllo della gestione consente invece di poter sperare che nuove iniziative riescano a risollevare le sorti dell’impresa. Il management è inoltre il rappresentante degli azionisti e gli azionisti non hanno incentivo a riconoscere la situazione di crisi. Quando il valore delle attività è inferiore al valore delle passività gli azionisti perdono ogni diritto sulle attività dell’impresa. In questo caso i creditori acquistano il diritto di rivalersi sul valore di liquidazione dell’impresa per ottenere il soddisfacimento dei loro crediti. Gli azionisti sanno che in caso di liquidazione riceveranno una parte molto limitata o addirittura nulla del valore dell’impresa. Può quindi essere preferibile per loro continuare a gestire l’impresa nella speranza che, aumentando la rischiosità degli investimenti, la situazione migliori. Per i creditori, il contratto di debito gli attribuisce, in caso di fallimento, il diritto di acquistare il controllo dell’impresa e di soddisfare i propri crediti mediante la liquidazione. Se gli azionisti mantengono il controllo e pongono in essere investimenti rischiosi con l’obiettivo di ripristinare il valore della loro opzione, i creditori rischiano di vedere sensibilmente diminuito il valore degli assets cui hanno diritto. Ciò nonostante i creditori arrivano spesso a dichiarare la crisi solo quando è ormai impossibile evitarlo. Una prima possibile spiegazione è riconducibile alla presenza di problemi di free riding nel monitoraggio. Il free riding si presenta quando a finanziare l’impresa non è una sola banca ma più istituti. In questo caso se:
• il monitoraggio ha un costo
• il monitoraggio non è verificabile così che lo sforzo effettivamente posto da ogni banca nell’analizzare le strategie di investimento dell’impresa e nel controllarne l’utilizzo dei fondi non è controllabile;
• il monitoraggio è un bene pubblico, vale a dire che i suoi benefici ricadono su tutti i creditori, anche su quelli che non hanno svolto alcun monitoraggio;

allora nessuna banca ha incentivo a sostenere i costi del monitoraggio.
Oltre al problema del free riding esiste anche un problema di costi-benefici della dichiarazione di insolvenza. Se le procedure di risanamento sono lunghe, costose e hanno una capacità molto limitata di riportare l’impresa in situazione di normalità, anche ai creditori, almeno a quelli non privilegiati, può convenire comportarsi come degli azionisti e continuare a finanziare l’impresa nella speranza che la situazione possa tornare alla normalità. Per quanto riguarda i creditori con garanzie, è vero che la prosecuzione dell’impresa può mettere a rischio il valore dei beni su cui è posta la garanzia ma fino a che le garanzie mantengono il loro valore e sono in grado di assicurare il completo recupero dei crediti anche i creditori privilegiati non hanno particolari incentivi a richiedere l’apertura di una procedura fallimentare. Gli azionisti/manager hanno un incentivo a procrastinare il più possibile il riconoscimento dello stato di insolvenza quando sanno che riconoscendo la crisi perderanno il controllo dell’impresa e quando stimano che le possibilità di rinegoziare il debito con i creditori sono molto basse. Dal punto di vista degli azionisti, pertanto, un sistema di gestione della crisi che assicuri al management dell’impresa la possibilità di gestire la fase di risanamento e faciliti la rinegoziazione del debito con le banche dovrebbe favorire il riconoscimento tempestivo della crisi. Quanto agli incentivi dei creditori, una possibile soluzione al problema del free riding nel monitoraggio può essere quella di riconoscere ai creditori tempestivi nel far emergere la crisi particolari privilegi. E’ il caso del sistema inglese della receivership, che si fonda sul principio secondo cui al creditore privilegiato che per primo dichiara lo stato di crisi spetta il diritto di nominare il receiver ovvero l’incaricato di gestire la procedura di risanamento. Per quanto riguarda le procedure concorsuali italiane (fallimento, concordato preventivo, ecc.), esse non sembrano fornire adeguati incentivi a una dichiarazione tempestiva dello stato di crisi. Di conseguenza, molte imprese arrivano alla dichiarazione di insolvenza quando il passivo è di molto superiore all’attivo e quando anche la normale gestione operativa è stata compromessa dalle conseguenze di una mancanza di risorse finanziarie. In tali circostanze trovare una soluzione positiva alla crisi può essere molto complesso.
Tratto da CORPORATE E INVESTMENT BANKING di Alessandra Depaola
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