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La formazione e l’uso delle fonti orali come problema storiografico


Le fonti orali sono raccolte di tipo strettamente tecnico e archivistico e sono un residuo dell’incontro prodotto tra intervistato e intervistatore. L’intervistatore è insieme archivista e storico, raccoglie e fissa la conversazione ma contemporaneamente la suscita e la orienta in base alle ipotesi d ricerca che si è posto nel suo progetto storiografico (diversamente dagli antropologi). Mentre l’intervistato è un testimone/fonte di un mondo non più disponibile all’osservazione diretta in quanto il suo ciclo si è già concluso nel passato ed è resuscitabile solo tramite il racconto. L’incontro e il suo risultato – la fonte orale - dunque, generalmente organizzato dall’intervistatore, è caratterizzato da un’aspettativa di entrambe gli attori, che tengono conto l’uno dell’altro e dalla reciproca influenza e interpretazione, colorato da una tensione emotiva, normale fra i rapporti umani. Tenendo conto di questa “doppia soggettività”, cioè dell’interferenza che si produce tra intervistato e intervistatore, gli studiosi più avvertiti scelgono di chiedere al proprio testimone la storia di vita, la sua vicenda biografica, che riesce, meglio di altre formule di intervista a conservare il punto di vista del testimone, una traccia della cosiddetta “bella storia”, uno schema precostituito che l’intervistato si era preparato per l’incontro. La forma del racconto dipenderà da diversi fattori: dalle domande che l’intervistatore pone durante l’incontro, da come il testimone aveva immaginato il proprio interlocutore prima dell’intervista e da come lo vive durante; ma soprattutto da quella che potremmo chiamare la “visione del mondo localmente condivisa”, cioè l’interpretazione sociale prevalente della propria storia, nel caso in cui la comunità svolge ed ha svolto un ruolo importante; quindi la fonte orale offre la possibilità di misurare tempi e modi in cui le posizioni individuali si distinguono dalla storia locale. Per questo adesso si presta molta più attenzione non a ciò che viene raccontato, ma al modo in cu viene detto.
Tre sono i possibili scenari di un’intervista individuati da Ron Grele:
1) un’intervista in cui il conflitto tra i due attori è così grande da portare quasi subito ad un’interruzione del dialogo;
2) una conversazione tronca, quando entrambe gli attori provengono dalla medesima esperienza storica che è l’oggetto della ricerca e perciò si trovano d’accordo su tutto, scivolando un atteggiamento di completa acquiescenza, domandando/rispondendo quello che si immagina l’altro voglia sentirsi chiedere/rispondere;
3)scaturisce una narrazione dialogica, un’intervista riuscita, dove cioè prevale la contrarietà. In questo tipo di scenario il testimone è spinto a venir fuori di se stesso, ponendosi cioè dalla pare di noi intervistatori; spesso si sente la domanda “perché intervista proprio me?”. Da questo momento l’intervistato inizia ad osservarsi insieme a
noi, a provare lo stesso nostro interesse per la sua vita; la ricchezza informativa che ne scaturisce dipende dalla capacità dell’intervistatore di porre domande puntuali, deve essere il più possibile informato sulle vicende in gioco.

Tratto da GLI ARCHIVI TRA PASSATO E PRESENTE di Alessia Muliere
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