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I rischi di variazione del livello generale dei prezzi (inflazione)


Per analizzare gli effetti prodotti dall’inflazione sugli intermediari (soprattutto quelli creditizi) si deve considerare che la loro struttura finanziaria è composta prevalentemente da crediti e debiti nominali, che prevedono alla scadenza il pagamento di un capitale predeterminato nel suo importo monetario. Questi debiti e crediti subiscono la svalutazione del potere di acquisto della moneta.
In prima approssimazione è corretto affermare che l’intermediario trasferisce l’eventuale svalutazione monetaria delle proprie attività ai portatori delle sue passività, a condizione che i rispettivi montanti a fine periodo abbiano lo stesso valore nominale (questa condizione in genere non si realizza).
Di conseguenza, il rischio da inflazione si manifesta quando e nella misura in cui vi sia sbilanciamento fra le attività e le passività. Occorre perciò analizzare la composizione della struttura patrimoniale dell’intermediario, che nella sua rappresentazione più semplice è (con riferimento al tempo t0): Af0 + Ar0 = Pf0 + Mp0
Adottando una rappresentazione contabile "a valori correnti, al termine dell’esercizio l’equazione di bilancio sarà:
Af – Pf + Ar0 (1 + k) = Mp1
Dove il valore nominale delle attività e delle passività finanziarie appare invariato, mentre il valore delle attività reali appare nominalmente rivalutato nella misura dell’inflazione (1 + k); perciò tale rivalutazione nominale si riflette interamente sul nuovo valore corrente dei mezzi propri (Mp1)
Per accertare se ex post l’inflazione ha avuto effetto reale positivo o negativo occorre calcolare se il capitale netto contabile a valori correnti (Mp1) si sia rivalutato in misura superiore, uguale o inferiore al tasso di inflazione (k), cioè se: Mp1  o  Mp0 (1+ k)
In proposito si possono ipotizzare 3 casi alternativi:
Se Af = Pf, allora Ar0 = Mp0; e Mp1 = Mp0 (1 + k): il capitale netto si rivaluta nominalmente nella misura del tasso di inflazione (rivalutazione reale o nulla)
Se Af < Pf, allora Ar0 > Mp0; e Mp1 > Mp0 (1 + k): la rivalutazione nominale del capitale netto è superiore al tasso di inflazione dato che i mezzi propri beneficiano residualmente della rivalutazione delle attività reali, che hanno valore superiore ai mezzi propri (rivalutazione reale positiva)
Se Af > Pf, allora Ar0 < Mp0; e Mp1 < Mp0 (1 + k): la rivalutazione nominale del capitale netto è inferiore al tasso di inflazione per le considerazioni opposte a quelle illustrate nel caso precedente e per il fatto che una parte dei mezzi propri risulta a integrare le passività nel finanziamento delle attività finanziarie.
Inoltre, l’inflazione influisce:
sulla composizione e sui volumi dei flussi finanziari intermediati (attraverso il cambiamento delle preferenze e dei comportamenti finanziari della clientela)
sul livello generale dei tassi di interesse e quindi sui volumi e sulla composizione dei ricavi e dei costi finanziari degli intermediari creditizi
sulla struttura e sulla dinamica dei costi operativi non finanziari
sulla struttura finanziaria dell’attivo e del passivo, poiché le attività e passività finanziarie sono denominate in valute diverse, che sono ovviamente caratterizzate da tassi di inflazione e da aspettative inflazionistiche differenziate.
Infine, in situazione di inflazione il valore dei titoli azionari dovrebbe aumentare in misura maggiore del livello generale dei prezzi, dato che il loro valore è ancorato non solo a un parametro nominale ma dipende anche dal valore prospettico degli investimenti prevalentemente reali costitutivi dell’attivo dell’impresa.
Tratto da IL SISTEMA FINANZIARIO di Alessia Chiovaro
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