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Autori italiani. Fellini, Antonioni, Petri e Pasolini


Per Fellini gli anni sessanta rappresentano il periodo di maggior sviluppo creativo; i suoi film diventano amputazioni del suo corpo, paradigma che raggiungerà l’estremo con 8 e mezzo, opera aperta ed opera nell’opera nel cui labirinto ci si perde. Se negli anni cinquanta Fellini aveva travasato le forme di spettacolo popolare rendendole soggetti della narrazione, negli anni sessanta assume in  servizio l’immaginario dei fantasmi dell’inconscio e diventa contenitore delle forme alte e basse della cultura di massa. Già dalla Dolce vita emerge la tendenza di Fellini ad ispirarsi a suggestioni diverse come pubblicità, fumetti, fotoromanzi.. Si assista alla progressiva primazia dell’immagine, la parola si configura come elemento aggiunto ma la decodifica dei segnali viene lasciata alla libertà dello spettatore. Lo sdoppiamento di personalità viene ripreso in Giulietta degli spiriti (1965) in cui l’autore grazie al colore libera nuovi istinti visionari e figure provenienti dal proprio inconscio. Assumendo il punto di vista femminile si denota la suggestione sempre più forte verso l’irrazionale. Satyricon I Clowns Roma e Amarcord celebrano il nuovo immaginario felliniano, in particolare con amarcord ci si accosta alle inquietanti presenze della storia collettiva nazionale.

Antonioni cerca di sostituire gli spazi reali con topologie che aiutassero a misurare le distanze interiori. Nel suo cinema diventa rappresentativa una condizione umana di progressivo sradicamento dell’individuo dall’ambiente e di perdita del sé nell’alienazione.  L’avventura (1960) L’eclisse (1962) Deserto Rosso (1964). Anche nel caso di Antonioni il passaggio al colore dilata le possibilità espressive e formali. Per misurarsi con standard internazionali gira all’estero Blow Up Zabriskie point, Professione: repoter.

Elio Petri esordisce, con chiare influenze antonioniane, con l’assassino. Il periodo di maggiore successo si ha con la trilogia che vede Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (1970), La classe operaia va in paradiso (1971) e La proprietà privata non è più un furto (1973).

Pier Paolo Pasolini è l’unico che svetta per la trasformazione della sua vita stessa in arte, riesce a creare percorsi figurativi attinenti alla pittura di Piero della Francesca, Masaccio e Masolino. Si accosta alla macchina da presa con l’Accattone (1961) e Mamma Roma (1962). Con La ricotta (1963) l’introduzione del colore concede maggiori possibilità espressive e l’autore si rende conto che il suo cammino intellettuale non ha alcun punto di contatto con quello del mondo sottoproletaria con cui ha tentato di identificarsi, si cimenta dunque con i classici, utilizzando letteratura e pittura come strumenti per la ricerca ossessiva del paradiso perduto. Il vangelo secondo Matteo (1964), Uccellacci e uccellini (1966). Nell’ultima fase della sua vita sente un progressivo bisogno di parlare di sé e di interpretare il presente in chiave allegorica presentando Edipo Re, Medea, Decameron, I racconti di Caterbury, entrai n prima persona nel mito inserendo continui elementi di ironia.
Tratto da STORIA DEL CINEMA ITALIANO di Asia Marta Muci
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