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Cinema italiano anni Sessanta. Monumento e memoria


Si riprende la storia recente, quel fascismo che come tematica era stato un po’ ostracizzato ora ritorna sugli schermi anche riaprendo ferite mai rimarginate. Si assistono tuttavia alle prime esplorazioni rispettose delle ragioni degli sconfitti. Tiro al piccione (Montaldo, 1961) è il film più innovativo in quest’ottica raccontando la storia dal punto di vista di un giovane che ha aderito a Salò.  Sono molti in questo periodo che attratti dai temi politici, storici o civili propongono film interpretando in chiave drammatica o tragica la storia recente. La battaglia di Algeri (Pontecorvo, 1966).
Tuttavia è lo spettacolo dell’Italia che cambia a diventare la fonte privilegiata d’osservazione, ma anche l’origine di una serie di paure e trasformazioni negativi che consentono di guardare al mondo contadino come puro e incontaminato, confrontato con quello crudele dell’industrializzazione.
Operai e proletari acquistano visibilità e i ruoli sociali sono sempre più significativi. Sono da intendersi in quest’ottica Rocco e i suoi fratelli (1960, Visconti), Il tempo si è fermato (Olmi, 1960). La borghesia inizia a conoscere le realtà dapprima totalmente estranee del mondo operaio del nord, arrivando più matura alla visione sempre più estremista dei film degli anni Settanta come La classe operaia va in paradiso (Petri, 1971) Trevico-Torino (Scola, 1973) Romanzo popolare (Monicelli, 1974). Tuttavia negli anni Settanta l’operaio non è più rappresentativo dello sviluppo economico se ne mostrano invece la dissociazione della personalità, la lacerazione del tessuto ideologico e la scoperta dei sentimenti privati del suddetto.  I primi anni Settanta sono anche anni di disgregazione dell’idea di Stato, intesa ormai come luogo dominato da forze oscure Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (Petri, 1970), Todo Modo (Petri, 1975) e alcuni film di Damiano Damiani.
Dalla morte di Togliatti all’uccisione dei Aldo Moro sono gli anni dell’incertezza, della perdita di rappresentatività dei partiti e dei modelli di riferimento; il cinema assume un atteggiamento in molti casi anti statale attenendosi ad uno slogan che girava in quegli anni “non con lo stato non con le brigate rosse”. La Cina è vicina Bellocchio, La battaglia di Algeri Pontecorvo, Sacco e Vanzetti di Montaldo.
Lo spirito Sessantottino tocca registi e sceneggiatori con un discreto curriculum alle spalle. Il regista che meglio interpreta la storia economica, politica e istituzionale dell’Italia del dopoguerra è  Francesco Rosi. Il regista ha illustrato la volontà di capire la realtà attraverso il cinema ispirandosi da Visconti e ibridazioni di cinema americano: Con Salvatore Giuliano (1960) richiama le atmosfere e le tipologie di Quarto Potere, si mostra già come non ci sia opposizione tra potere politico e potere mafioso.
Tratto da STORIA DEL CINEMA ITALIANO di Asia Marta Muci
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