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Felicità e salute nel "De finibus"



Cicerone dice di voler seguire l'autorità della ragione (non dei sensi come Epicuro). Dice che escluderà dalla filosofia le teorie in cui la virtù non entra: quindi Aristippo e i cirenaici (sommo bene=piacere che impressiona i sensi con dolcezza). Essi non videro che l'uomo è nato per il pensiero e l'azione. Ma vollero che fosse nato per il piacere di mangiare e generare. Nè il corpo nè il raziocinio ci stanno a indicare che l'uomo è nato per il piacere. E anche Ieronimo è da scartare, perchè non è sufficiente per viver bene il semplice mancar di dolore. Afferma Cicerone, giudichiamo la felicità della vita non dal male respinto ma dal bene acquistato, e cerchiamola, sia che consista nel non sentir dolore che nel provare gioia, non con l'ozio inattivo ma con l'azione e il pensiero. Così scartiamo anche Carneade, il cui sommo bene egli presentò solo per opporsi agli stoici (99). Il problema è che se aggiungiamo il piacere alla virtù, vediamo che essa ricorre a qualcosa non degno di gran approvazione.
Aristone e Pirrone invece (solo virtù, senza piacere) sostennero che non v'è alcuna differenza tra godere di ottima salute e malattia, siccome tutto consiste nella virtù. Ma così facendo privarono la virtù di un punto di origine o appoggio, abolendola. Anche Erillo esagerò pensando alla scienza. Con gli Accademici la lottta è incerta: essi non fanno affermazioni di sorta, e seguono ciò che si presenta verosimile, come se non vi fosse conoscenza certa (?). Con Epicuro la faccenda è invece complessa. Sia perchè parla di una duplice specie di piacere, sia perchè ha avuto e ha dalla sua molti difensori e molta gente. Ecco dunque la vera contesa: tra la virtù e il piacere. Anche Crisippo ritiene che il loro confronto rappresenti il punto decisivo della questione relativa al sommo bene. Dice Cicerone che se dimostrerà che l'onesto va ricercato per sè per sua propria essenza, avrà vinto le altre teorie. Si muoverà così: stabilirà la natura dell'onesto ed esaminerà le argomentazioni di Torquato.

Tratto da "DE FINIBUS" DI CICERONE di Dario Gemini
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