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La giurisprudenza italiana sul concetto di buona fede


Già nel 1994 la Corte di Cassazione considera la clausola come “un limite interno di ogni situazione soggettiva per modo che l’ossequio alla legalità formale non si traduca in sacrificio della giustizia sostanziale e non risulti disatteso quel dovere inderogabile di solidarietà, ormai costituzionalizzato”.
Dovere che applicato “ai contratti ne determina, integrandolo, il contenuto e gli effetti e deve ad un tempo orientarne l’interpretazione e l’esecuzione”.
Il collegamento fra buona fede e normativa costituzionale è chiaramente delineato da tali sentenze dalle quali si evince che:
- la regola ha immediata valenza anche in forza della previsione dell’obbligo di solidarietà contenuto nell’art. 2 cost.;
- il principio di solidarietà non è un obbligo morale ma “la base sulla quale devono fondarsi le soluzioni di tutti quei conflitti in cui si debba decidere a chi accollare le conseguenze negative di un comportamento dannoso”.
La buona fede e il principio di solidarietà consentono di imputare il danno a chi non ha osservato la regola di correttezza, in presenza di un nesso di causalità.
Tratto da DISCIPLINA GIURIDICA DEI CONTRATTI di Stefano Civitelli
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