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Filogenesi di un’esperienza di terapia di gruppo in un reparto di cardiologia


Il percorso riabilitativo cardiologico (3-4 settimane) è diretto a pazienti cardiopatici post-acuti, che presentano fattori di rischio (scorretta alimentazione, tabagismo, assunzione di alcol, impotenza, vita sedentaria) e ha come obiettivo l’attuazione di un programma di prevenzione secondaria che agisce sui fattori di rischio, per garantire il massimo recupero delle funzioni lese. Lo scopo è fare in modo che i pazienti possano conservare/riprendere il proprio ruolo nella società, riducendo il rischio di progressione della malattia e di deterioramento inevitabile della qualità della vita.
La psicologia ha il compito di guarire gli aspetti della soggettività del paziente che possono interferire negativamente sul progetto riabilitativo e sulla rappresentazione che l’èquipe ha di se stessa come generatrice di benessere.
Questo gruppo per pazienti cardiopatici, avviato presso il reparto di riabilitazione cardiologica di un ospedale romano, è di tipo aperto, a breve termine, omogeneo.
Questi pazienti manifestavano un’alta incidenza di manifestazioni depressive con riacutizzazione durante la riabilitazione. Si tratta di persone traumatizzate, impreparate ad affrontare la compromissione improvvisa della “funzione cuore”. La preoccupazione di essere stati vicini a perdere questa funzione conduce il paziente a privazioni legate al cibo e al fumo, alla sessualità, alle relazioni sociali e lavorative, provocando un impoverimento del proprio progetto di vita.
L’angoscia di morte legata a questa esperienza è simile all’angoscia connessa all’attesa del verificarsi di eventi catastrofici nella propria vita a cui vanno incontro alcuni pazienti che riferiscono minacce di annientamento e paura di perdere il controllo di sé. La persona colpita cerca di fronteggiare la malattia promuovendo un processo di cambiamento e di reintegrazione. Se questo progetto fallisce il trauma si trasforma in un evento minaccioso che può sempre accadere e che è solo rimandato nel tempo. Il corpo malato è estraneo, è il luogo di qualcosa che abita il soggetto, ma che resta fuori dalla sua portata e dal suo controllo. La negazione della malattia può portare a comportamenti bizzarri ed autolesivi (esibizionismo, sregolatezza, senso di onnipotenza). I pazienti possono sfidare la sorte, sottoponendosi a prove rischiose (correre, sollevare pesi), come se conoscere il limite da sorpassare garantisca in qualche modo l’immortalità. Questi atti possono essere seguiti da un tentativo riparatorio con un comportamento diligente e orientato verso il rispetto delle regole a lui prescritte.
L’oggetto dell’attenzione è il corpo, che deve essere curato, rinvigorito, rigenerato. I pazienti nel gruppo mostrano le proprie cicatrici, le ferite di un evento impresso sul e nel corpo. Il gruppo attiva processi arcaici e fenomeni somatici nei quali il corpo è investito dalla psiche sia nel proprio corpo che nel rapporto con gli altri; mobilita dei processi generatori di crisi e riattiva sia degli eventi a potenzialità traumatica, sia delle risorse che dirigono verso l’elaborazione del trauma stesso.
Di tutte le rinunce richieste dal percorso riabilitativo, quella più difficile è seguire una dieta rigida a cui non si è certamente abituati. Il gruppo chiede di essere addestrato a fare a meno di molto cibo, ma al tempo stesso richiede di essere nutrito, ha fame di risposte.
L’oralità del gruppo, materializzata dalle rinunce necessarie, rende arduo il processo di simbolizzazione e di metabolizzazione della perdita.
Il vaso crinato rappresenta un Gruppo – Corpo Malato estremamente fragile, intento ad un lavoro artigianale fatto con la cautela e la delicatezza che si riserva alla cura degli oggetti preziosi. In questa metafora è innegabile l’esperienza di rottura e di vulnerabilità che emerge, ma la possibilità di poter inserire nuovi elementi strutturali, o di immergere il vaso in un collante resistente, permette di ritrovare un nuovo equilibrio e una nuova stabilità che non nega la sua cicatrice.
Il vaso restaurato attraverso un collante più duraturo e resistente ha la funzione di inserirsi come metafora dei nuovi principi inconsci che organizzano l’esperienza dei pazienti. La cura avviene all’interno, dove ciascuno può mettere ciò di cui è esperto per contribuire al risanamento collettivo. Il “siamo come un vaso crinato” esprime il sentire soggettivo del singolo, ma anche il sentire del noi – soggetto gruppale.

Tratto da GRUPPI OMOGENEI di Paola Alessandra Consoli
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