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Gruppi omogenei a tempo limitato in ambito istituzionale


Esistono esperienze diverse di psicoterapia di gruppo a tempo limitato in differenti ambiti istituzionali, come il Day Hospital Oncologico e la Residenza Sanitaria Assistenziale per Anziani.
Il Day Hospital Oncologico attiva gruppi omogenei per il sesso e per la posizione rispetto alla malattia (pazienti in chemioterapia o che l’hanno già conclusa) o eterogenei rispetto all’età e al tipo di tumore. Nel DH le pazienti afferiscono esclusivamente per quel che attiene alle loro cure, con tempi di permanenza variabili a seconda del loro percorso terapeutico. Nelle RSA, invece, gli ospiti vivono e le loro relazioni avvengono esclusivamente all’interno della struttura, eccetto le visite di parenti per qualcuno di loro.
In questi gruppi, l’incombenza della morte rischia di bloccare tutti i possibili movimenti, alterando la percezione del tempo e sfilacciando le appartenenze relazionali. La sofferenza rende caotico e confuso il proprio tempo, che si reclina così in una rigida fissità.
Attraverso una positiva permeabilità dei confini del gruppo si favorisce la condivisione dell’esperienza con l’èquipe degli operatori e la comunicazione e il riferimento continuo tra il dentro e il fuori dall’ambulatorio oncologico o della struttura assistenziale. Gli operatori diventano mediatori culturali, gli esperti d’organo per tutto ciò che riguarda le parti organiche della malattia e della terapia, oppure le problematiche quotidiane della vita nella comunità.
L’omogeneità aiuta i partecipanti a sostare più facilmente in fasi di condivisione piuttosto che stimolare movimenti verso la separazione-individuazione. Il gruppo è il luogo ideale per le pazienti il cui mondo esterno è più difficile, dove è maggiore lo sfilacciamento della rete sociale naturale e dove l’omogeneizzazione del gruppo diventa un confine oltre il quale è difficile andare.
Lavorare in istituzione dove questo intervento entra per la prima volta significa inventare le basi che permettono la creazione di un dialogo. Dialogo che contiene la relazione con un terzo: il tumore, il trasferimento, lo stato d’animo depressivo. L’istituzione costruisce confini definiti, ponti di comunicazione e scambio produttivo fra i sistemi per evitare quegli aspetti potenzialmente pericolosi che stimolano aggressività primitive e rigide difese dominate dalla logica arcaica dell’aut-aut.
Il DH è un gruppo a tempo limitato e qui la pressione temporale è tripla: gruppo a termine, gruppo con malattia, gruppo con aspetti variabili di realtà e di fantasmi legati alla morte. Bisogna lavorare come se non si avesse tutta la vita davanti, il problema è decidere cosa è prioritario, quando il tempo sembra non bastare. Lo sforzo delle paziente è quindi quello di costruire un diverso rapporto con la dimensione temporale, e di passare dall’essere prigionieri del tempo all’essere padroni del proprio tempo. Questo passaggio si attiva nel momento in cui il gruppo diventa realmente quel luogo di incontro che attiva o ri-attiva la capacità di pensare e sognare di gruppo e in gruppo e in tutte le possibili articolazioni. L’emergere del sogno segnala e permette i momenti di cambiamento, organizzando in immagini la storia di chi porta il sogno, e la storia del gruppo fino a quel momento non ancora pensabile.
Nelle istituzioni non a termine per i pazienti cronici, il limite temporale assume un diverso significato. Il paziente cronico propone un tempo immobile, in cui tutto ricomincia la mattina dopo, come se il giorno precedente tutto fosse successo. La funzione trasformativa attraverso il tempo limitato ha in sé l’obiettivo di una rivitalizzazione del tempo soggettivo. Questo progetto rischia però di diventare un progetto onnipotente, nel momento in cui il gruppo lavora realmente verso il termine, rischia di lasciare spazi di deprivazione, per una fine che non risolve tutti i problemi.
E’ quindi fondamentale curare i  confini, ridefinirli continuamente, per poter riorganizzare il tempo soggettivo a partire dal tempo oggettivo del gruppo, scandendo bene i ritmi, sottolineando il tema della fine, ripartendo dalla seduta precedente, costruendo ponti affettivi tra le sedute. E’ anche necessario lavorare molto sugli accadimenti quotidiani, con il pensiero di mantenere degli obiettivi di minima che riguardano la possibilità di praticare funzioni di pensiero rispetto alla comunità, di riconoscere se stessi all’interno di questa, di mettere le prime basi di un progetto trasformativo proprio là dove è sempre stato assente.
Tratto da GRUPPI OMOGENEI di Paola Alessandra Consoli
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