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Il gruppo di lavoro con genitori di tossicodipendenti


Si tratta di un gruppo di genitori di tossicodipendenti ospiti di una Comunità terapeutica, caratterizzata da una frequenza diurna dalla gestione da parte di una ASL. Il setting e il dispositivo analitico sono influenzati dal quadro istituzionale in cui il gruppo si va ad inserire, che inevitabilmente determinerà la sua richiesta, la sua pertinenza e l’area specifica di lavoro in cui il setting gruppale potrà divenire operativo. A sua volta il lavoro di gruppo influenzerà il campo istituzionale in cui verrà attivato, all’interno di una dialettica costante.
Gli utenti vengono inviati dal Ser.T, con il quale viene mantenuto un rapporto costante durante tutto il programma, per un trattamento di 2 anni. Condizione per la frequenza è la non assunzione di sostanze, anche se possono essere inseriti pazienti in trattamento sostitutivo. La famiglia è chiamata a gestire un ruolo attivo nel processo di superamento della tossicodipendenza.
Le finalità del gruppo sono: coinvolgere i genitori nel programma della comunità, dare sostegno e speranza a persone che l’hanno persa, favorire una rielaborazione del proprio modo di essere genitori e tollerare i momenti di difficoltà.
L’atteggiamento iniziale dei genitori è poco costruttivo, tendono a riversare nel gruppo i sentimenti negativi vissuti durante la tossicodipendenza del figlio. L’obiettivo di lavoro è favorire un’assunzione di responsabilità all’interno di un rapporto di sostegno.
Quando un genitore porta in gruppo le sue difficoltà di rapporto con il figlio, tutti i partecipanti sono invitati a proporre soluzioni e successivamente si cerca di capire per quale ragione il genitore si trova in difficoltà su quel particolare problema. I genitori trovano nel gruppo un luogo dove la disperazione, la rabbia e la delusione possono essere espresse senza timori, certi di trovare una comprensione umana sincera.
In certi casi il gruppo è diventato arbitro di gravi crisi di coppia. E’ utile far venire alternativamente i due membri della coppia per far esprimere il loro personale punto di vista e poi investire il gruppo di un ruolo da mediatore per risolvere la crisi.
Quando il figlio, terminato il programma, riesce a trovare una sua autonomia, per queste coppie arriva il momento della verità. Ai padri è richiesto un coinvolgimento cui non sono preparati. Il figlio tossicodipendente manda in crisi una madre che non si sente appoggiata dal marito, e molto spesso rivela un problema di dipendenza (soprattutto da alcol) che riguarda il padre o addirittura il nonno. C’è chi nega ogni responsabilità accusando la società, gli spacciatori o il figlio stesso, e chi si attribuisce tutte le colpe e rimane annichilito di fronte ai desideri irragionevoli del figlio senza riuscire ad avere un minimo di forza di contenimento. In questi atteggiamenti, e nella svalutazione della figura del terapeuta, si rintraccia la messa in atto di difese primitive, quali negazione, proiezione, introiezione, scissione, identificazione proiettiva.
Tutti i genitori di fronte alla tossicodipendenza del figlio si sentono socialmente inadeguati, cercano di nascondere il problema a se stessi e agli altri. Quando prendono coscienza della realtà, il senso di vergogna è molto forte e si sentono isolati ed esclusi a causa della tossicodipendenza dei figli.
Il gruppo aiuta i genitori a capire che per i propri figli la droga è stata un modo di affrontare una fragilità di antica origine, di tollerare una sofferenza.
Una delle evoluzioni del gruppo di genitori è stata quella di costituirsi in associazione onlus con finalità di intervento nel campo delle dipendenze patologiche e di sostegno alle attività della comunità.
Tratto da GRUPPI OMOGENEI di Paola Alessandra Consoli
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