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Il gruppo di sostegno psicologico per genitori di disabili


In questo gruppo, organizzato dall’ANFFAS (Associazione Nazionale Familiari dei Fanciulli Subnormali), l’elemento di omogeneità è la familiarità con la disabilità, di qualsiasi natura: intellettiva, fisica, relazionale; il criterio di ammissione è indipendente dal tipo e dalla gravità della patologia.
Questa nuova esperienza, nonostante l’investimento della pubblicizzazione, è stata vissuta con scetticismo e perplessità per una serie di motivi diversi: le nuove iniziative suscitano solitamente un atteggiamento attendista, il carattere di novità non può fare affidamento su una solida rete di invio e di scambio, il lavoro di èquipe è sostenuto sul piano metodologico ma poco nella quotidianità, i familiari dei disabili convivono costantemente con vissuti di vergogna, senso di colpa paura e presa di distanza  nel contesto sociale.
Nei primi incontri, i genitori interagiscono poco e gli argomenti ruotano intorno allo scambio di informazioni e alla natura delle implicazioni relazionali della disabilità del figlio.
Ben presto, il gruppo presentifica l’assunto di base di attacco-fuga per immaginare di bonificare il luogo di incontro e mettere la negatività all’esterno. Il gruppo diventa funzionale a condividere il peso delle ingiustizie subite e a lottare insieme contro l’emarginazione. Il percorso gruppale è diviso in fasi distinte: la fase della comunicazione delle esperienze, la fase della condivisione, identificazione e coesione del gruppo, la fase dei primi movimenti di differenziazione e la fase conclusiva di elaborazione della fine del lavoro.
Durante le prime sedute, la colpa verso di sé e la rabbia diretta contro gli altri sono i temi centrali, intrecciati alla questione del rapporto simbiotico con il figlio disabile motivato dal suo bisogno di dipendenza e dalla sua scarsa autonomia. Comincia a farsi strada nel gruppo l’orientamento a valorizzare le abilità possibili grazie al confronto tra i presenti sui percorsi e sulle evoluzioni dei figli e sull’atteggiamento di accettazione dei limiti e dei rischi.
Nella seconda fase, il gruppo comincia ad affiatarsi, la comunicazione diventa scambio, chi ha più esperienza la mette a disposizione degli altri, punti di vista diversi si incontrano su temi difficili, come la sessualità dei figli adolescenti.
Nella terza fase compaiono i primi elementi di differenziazione, emergono posizioni diverse, sulle quali si accede una dialettica vivace. Circolano informazioni sulle nuove normative, su tecnici competenti, sulle modalità di abbattimento delle barriere architettoniche.
Il lavoro svolto dal gruppo, su contenuti che hanno spaziato su molti aspetti della relazione educativa, sul rapporto di coppia e su quello con le istituzioni autorizza a pensare alla sua efficacia trasformativa nella direzione degli obiettivi del progetto.
Tratto da GRUPPI OMOGENEI di Paola Alessandra Consoli
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