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Il gruppo omogeno per i familiari di pazienti con trauma cranico


E’ traumatica qualsiasi situazione che provochi un senso opprimente di vulnerabilità o di perdita di controllo e che porti le persone a provare reazioni emotive forti, tali da interferire con le loro capacità di funzionare, sia al momento che in seguito.
Freud utilizzò il termine trauma per spiegare che anche la mente può essere trafitta e ferita dagli eventi. Bion ha teorizzato l’esistenza di un contenitore psichico che si costituisce tramite l’interiorizzazione della funzione alfa, attiva nel rapporto del bambino con la madre nelle prime fasi della vita. La funzione alfa sta alla base della rêverie, cioè la capacità della mente materna di accogliere, contenere e restituire trasformati al bambino gli elementi proiettivi derivati dalle esperienze impensabili e angoscianti, al fine di fare una sorta di metabolismo tranquillizzante, che consentirà lo sviluppo di fiducia nell’esperienza. Il trauma rappresenta un attacco al contenitore. Di fronte ad un evento traumatico, la mente è invasa da stimoli molto più forti di quanto possa adeguatamente sopportare e gestire.
Il trauma costituisce una conferma alla più persecutoria delle fantasie inconsce sui propri oggetti. L’oggetto interno buono si è rivelato sbadato, indifferente e malvagio. Siccome la fiducia e la bontà nella forza dei propri oggetti interni sono andate perse, il potere e la malignità degli oggetti interni cattivi aumentano portando in molti casi ad un deterioramento della personalità.
Se i contenitori fisico e psichico reggeranno e saranno adeguatamente medicati e supportati, la violenta cesura prodotta dall’evento traumatico potrà essere colmata e si potranno riattivare processi di legame. In caso contrario rischieranno di perpetuarsi dolorosamente vissuti, immagini e sensazioni con effetti a lungo termine. Quando si è vittima di un trauma fisico è come se si rompesse qualcosa nella relazione mente-corpo, si danneggiano i processi di individuazione, si rischia una perdita di identità e si assiste ad un cambiamento nelle configurazioni familiari.
Il trauma cranico è una patologia relativamente nuova, poiché i progressi nelle tecniche di rianimazione hanno permesso un notevole aumento della percentuale dei sopravvissuti. Gli esiti traumatici dipendono da diversi fattori: età, sesso, scolarità, patologie precedenti al trauma, abuso di stupefacenti o alcol, circostanze dell’incidente e prognosi.
Il trauma cranico provoca disturbi di natura emotiva, cognitiva, comportamentale. Spesso il paziente è costretto a dipendere dall’appoggio familiare per tutta la vita e lo svolgimento della funzione di Io ausiliario da parte del parente sano comporta una ridefinizione dell’organizzazione e degli equilibri familiari. Il compito dello psicologo in reparto è rivolto al paziente traumatizzato cranico per svolgere trattamenti di riabilitazione cognitiva e per una presa in carico psicoterapeutica, se le capacità di insight del paziente lo consentono per favorire l’elaborazione emotiva dell’impatto psicologico prodotto dall’evento.
L’esperienza di un gruppo per i familiari di pazienti traumatizzati cranici è stata ben accolta dalle donne, madri e mogli, meno dagli uomini, impegnati nel lavoro o non in grado di farsi carico dei problemi emotivi del paziente. L’obiettivo del gruppo è la condivisione delle problematiche comuni, della solitudine e la costruzione di una rete protettiva tra pari, rispetto all’isolamento.
Sono storie drammatiche, di fulmini a ciel sereno, di rianimazione, di sopravvivenza quotidiana, che favoriscono l’omogeneità, il riconoscimento in quanto simili, il Noi.
Se l’elaborazione del lutto è troppo dolorosa, non possono che prevalere sentimenti di rifiuto e negazione, sensi di colpa, paura di impazzire. La presa di coscienza che il proprio caro non tornerà più quello di un tempo è un difficile obiettivo da raggiungere. La difesa assume, a volte, la forma di un diniego dei limiti e delle difficoltà del familiare; si vivono sentimenti di frustrazione, accanimento, aggressività che possono tradursi in atteggiamenti ostili verso il personale curante, capace di realizzare il miracolo della sopravvivenza, ma non quello della completa guarigione
Il lavoro in gruppo ha il compito di favorire l’elaborazione del lutto e della perdita. Il passaggio dallo shock iniziale, alla negazione, alla rabbia e alla fase depressiva che apre alla possibilità di venire a patti e di potersi riorganizzare alla luce della perdita sono passaggi difficili da compiere, ma non impossibili se condivisi con gli altri familiari dei pazienti. 
Tratto da GRUPPI OMOGENEI di Paola Alessandra Consoli
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