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Il gruppo terapeutico omogeneo di genitori nell’adozione internazionale


Nel primo anno di affido preadottivo si gettano le basi per la costruzione del legame di attaccamento e di una sintonizzazione reciproca tra rappresentazioni di Sé e dell’altro. Gli interventi a sostegno della famiglia sono improntati ad un velato controllo sull’effettiva capacità da parte dei genitori adottivi di prendersi cura del bambino loro affidato. Ottenuta l’idoneità psicosociale dal Tribunale per i Minorenni, inizia un periodo di un anno di affido preadottivo, al termine del quale ci sarà l’adozione vera e propria che equipara il bambino adottato ad un figlio naturale.
Gli obiettivi di questo gruppo sono quelli di favorire l’esplicitazione dell’esperienza adottiva attraverso il confronto dei vissuti soggettivi legati alle problematiche dell’adozione. E’ importante creare uno spazio in cui poter pensare alla propria esperienza adottiva, dare parola alle proprie emozioni, alle proprie aspettative. Il GO, fortemente improntato al mito della nascita, consente la costruzione di un sistema simbolico mitopoietico, fondante il ruolo stesso di genitore.
Per attivare un ruolo genitoriale profondo bisogna confrontarsi con i fantasmi, che vedono l’infecondità collegata alla colpa, alla trasmissione transgenerazionale di un segreto mortifero, a fianco di un’adozione che viene dolorosamente rappresentata come un furto. Il senso di ingiustizia per la sterilità è lacerante, questa si radica nel corpo ma può essere proiettata sulle istituzioni che valutano e non riparano e sulla società, che lascia i figli a genitori indegni ed abusanti ed ostacola, a quelli degni di godere della prole.
Il bambino è chiamato a riparare questa lesione mortifera per il Sé. Il suo essere straniero, somaticamente e culturalmente, sembra confermare per sempre questa cesura, la rottura della continuità tra le generazioni e un irrisolvibile danno genetico.
La genitorialità adottiva si costruisce sull’incontro di persone che hanno gruppi di appartenenza primari diversi; si costruisce attraverso il contatto della pelle, il modo di sostenere contenere tra le braccia, la distanza dall’altro. Il GO fornisce lo spazio in cui nasce una nuova rappresentazione di sé come genitori e del proprio bambino come figlio.
Nelle prime sedute di gruppo, l’immagine del Giudice, che può autorizzare o meno l’adozione definitiva, ha valenze persecutorie ed essere rappresentata come una costante minaccia di aborto. Il gruppo ha condiviso il sentimento di essere stati vessati dalla lunghezza e durezza del processo di valutazione, mentre era mancato il sostegno nei momenti di difficoltà, per esempio nei rapporti con le istituzioni dei paesi di provenienza dei bambini. Un altro tema è stato quello del nome del bambino e della decisione di cambiarlo e tenerlo. Questo tema esprime il bisogno di dare un’identità al figlio, di sapere chi è e come rapportarsi con lui, fa parte della sua storia, spesso sconosciuta.
L’esigenza di riempire il silenzio che riguarda l’origine dei propri figli, non è solo dei genitori, ma è suscitata da domande esplicite dei bambini, che chiedono di raccontare la loro storia, di sapere chi erano, perché sono nati dalla pancia di un’altra donna.
L’incontro con il bambino è vissuto con sentimenti ambivalenti, paura di aver sbagliato, timore di trovarsi di fronte a un bambino malato o brutto, diverso da quello desiderato. Sono angosce che caratterizzano ogni gravidanza o parto naturale, un segnale inevitabile e positivo dell’incontro con l’ignoto. Infine un tema scottante è quello del rapporto con i genitori naturali. C’è chi propende per una difficile verità, con la paura di perdere o deludere il figlio, ma la affronta coraggiosamente munendosi di qualsiasi oggetto o ricordo possibile delle sue origini e chi sceglie di nascondere tutto, eliminando concretamente qualsiasi traccia della nascita naturale.
Da questa esperienza di gruppo, risulta evidente che la storia si può costruire solo dando voce alle emozioni, alle paure collegate all’ignoto, dando ascolto a ciò che appare ancora poco chiaro, cercando, nel gruppo, un lessico familiare per affrontare la reciproca sconosciuta alterità e con il figlio la lingua che permetta di mettere insieme la vita attuale del bambino e dei genitori e le loro fantasie relative al passato non conosciuto.
Tratto da GRUPPI OMOGENEI di Paola Alessandra Consoli
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