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Il lavoro di gruppo con lo staff in un reparto psichiatrico londinese


Fazio vuole illustrare le dinamiche di gruppo emerse in un GO omogeneo di infermieri di un reparto di ammissione psichiatrica acuta di un Ospedale Universitario londinese. La monoprofessionalità del gruppo emergeva da un bisogno fusionale reattivo e difensivo di questi colleghi, che lavoravano in un contesto emotivo caratterizzato da un clima denso di ansietà di separazione. Gli infermieri erano stretti fra la scarsezza delle risorse disponibili da parte dell’istituzione che rappresentano, e le pressioni e le richieste, spesso non esaudibili, esercitate su di loro dai pazienti. Tutto ciò portava ad un ritiro difensivo strategico su se stessi, cercando di proteggere esclusivamente la propria sopravvivenza, in un ambiente di lavoro spesso ostile. In UK i medici hanno un tasso di suicidio superiore a quello dei loro pazienti.
L’operatore vive una serie infinita di mini-traumi che portano alla sindrome di affaticamento da sovraesposizione a situazioni di sofferenza. La tossicità di queste situazioni si trasforma in stress, o si sposta su altre figure della vita affettiva dell’operatore, o si trasmette all’interno del contesto lavorativo. Per affrontare questa situazione si è deciso di organizzare un gruppo esperienziale per gli infermieri. In questo reparto, i pazienti erano ricoverati per poche settimane, qualche  mese al massimo e questo non creava le precondizioni per stabilire rapporti più profondi e significativi.
Il tasso di riammissione dei pazienti era molto elevato e il personale viveva questi eventi con grande frustrazione, sensazione di impotenza ed inutilità del loro ruolo. Il turn-over riguardava anche il personale infermieristico. Alcuni infermieri risposero con entusiasmo a questa iniziativa, altri non nascosero la loro ostilità. Inizialmente, qualsiasi suggerimento del supervisore veniva accolto con un atteggiamento di rifiuto e sfida, o con finta compiacenza.
Il reparto veniva paragonato ad una hall di albergo, con un continuo via vai di gente, impegnata nelle sue proprie attività, ma non coinvolta l’uno con l’altro. Gli infermieri si sentivano confusi ed incerti sui propri ruoli, osservando passivamente e con impotenza la popolazione dei pazienti, mai uguale, e senza sentirsi in grado di relazionarsi con loro. La paura dell’intimità e della profondità dei rapporti con un alto rischio di separazione e perdita era impossibile da tollerare.
Il verificarsi di 2 suicidi in breve tempo fra i pazienti, causò un’intensa reazione emotiva da parte del personale, con depressione, idealizzazione, sensi di colpa e rabbia. Molti diedero le dimissioni, con uno strano rituale ripetitivo ad ogni incontro del gruppo qualcuno annunciava che aveva deciso di andar via, come in un lento suicidio di massa, o una compulsione a ripetere istituzionale. Questi eventi avevano lasciato il personale con forti sentimenti di tradimento e di abbandono. La paura della separazione non permetteva di lasciarsi coinvolgere in rapporti troppo intimi.
Il silenzio che spesso emergeva durante gli incontri di gruppo riguardava qualcosa che aveva disturbato il personale nel suo rapporto con i pazienti. Un’infermiera manifestava la sua opposizione per tutto ciò che era consentito fare ai pazienti ma non allo staff, come un genitore che invidia il privilegio del proprio bambino di essere tale. Gli stessi infermieri, consentivano ai pazienti volontari di far parte del gruppo e quelli che non volevano partecipare all’incontro, potevano liberamente passeggiare per la stanza, uno strano modo di agire dettato dal timore che i pazienti potessero rifiutare le loro cure. Anche il consiglio del supervisore di utilizzare la stanza del personale per le riunioni, più consona ad un gruppo che si stava allargando con l’entrata dei pazienti, fu osteggiata dagli infermieri che volevano difendere un loro spazio fisico privato, dove potevano difendersi da un ambiente di lavoro ritenuto minaccioso. Gli infermieri straordinari, impiegati nei momenti di crisi del personale, erano visti come estranei e pericolosi e venivano tenuti a distanza dai pazienti, ad esclusione del lavoro manuale, per paura che potessero arrecare danno psichico ai degenti (possesso genitoriale). Gli infermieri sostenevano di aver maggiore successo con i pazienti psicotici, più gravi, che trattavano con farmaci, piuttosto che con quelli con disturbi di personalità. Probabilmente, questi ultimi erano così simili ai problemi personali dello stesso staff, da essere vissuti come una minaccia peggiore del delirio. Questa esperienza, durata 6 anni, molto lentamente si è aperta a nuove figure professionali (tra cui il Primario), che hanno consentito maggiori scambi empatici e un approccio multidisciplinare al lavoro di reparto.
Tratto da GRUPPI OMOGENEI di Paola Alessandra Consoli
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