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La regolazione dell’autostima nell’equipe di un centro di salute mentale


Il riconoscimento di un individuo da parte dell’altro è la base per l’individuazione e per la socializzazione. L’insufficienza del riconoscimento spinge l’individuo alla lotta per ottenerlo, promuovendo un livello più alto di sintonia.
Secondo Kohut, l’oggetto-sé ideale contiene un fattore coesivo; l’idealizzazione della sua figura ha una funzione stabilizzante nei confronti di eventuali spinte a formare gruppi contrapposti. E’ quindi plausibile l’idea di mettere in relazione sentimenti di rabbia, perdita di motivazioni, chiusure e fame di rispecchiamento nei membri dell’èquipe, con la difficoltà ad usufruire delle qualità idealizzate dell’èquipe stessa, perché percepite come troppo carenti, o troppo distanti.
Per Bion è essenziale che il momento della nascita dell’ideale dell’Io e del trasferimento dell’onnipotenza su tale ideale si accompagni alla discriminazione tra se stesso e l’oggetto ideale. Se questo distacco avviene in modo traumatico e radicale, il soggetto rimane svuotato e impoverito.
Il costituirsi dell’èquipe in un Centro di Salute Mentale è il frutto della percezione della realtà gruppale da parte dei suoi membri, in una prospettiva di grandi cambiamenti futuri. La differenza professionale e umana è sentita come un rischio per la nascita dell’èquipe, in quanto causa di tensioni che potrebbero innescare processi di frammentazione. L’illusione gruppale di Anzieu è l’idea di costituire una barriera per fronteggiare la frammentazione dovuta alla singolarità sconosciuta di ognuno e salvaguardare questa prima modalità di esistere della gruppalità.
Kohut considera la condivisione del legame con qualcuno che si ammira, e che è sentito abbastanza vicino da consentire di condividere queste qualità, un bisogno evolutivo dell’uomo, qualcosa in grado di restituire un senso di sé e di avere effetti regolativi sulla propria autostima. Il gruppo protegge l’individuo da stati di squilibrio narcisistico quali l’invidia, la gelosia, la rabbia. Se il gruppo, o parti di esso, possiedono qualità ricercate e ammirate, l’idealizzazione non svolge solo una funzione rispetto alle ansie suscitate nell’individuo nei confronti del gruppo, ma è il far parte di un gruppo che si riflette sull’individuo in termini positivi.
Le caratteristiche che possono far assumere all’èquipe le qualità e le funzioni di oggetto-sé ideale riguardano l’importanza assegnata al carattere di intimità della relazione terapeutica, la presenza di un leader che riesca a sintonizzarsi con le aspettative dell’equipe, il mantenimento del pluralismo dei modelli, la presenza di spazi formativi, la supervisione clinica e la collaborazione delle diverse figure professionali. Il leader contribuisce alla regolazione affettiva attraverso l’accoglimento di queste aspettative, indirizzandole verso una dimensione più realistica ed evitando sia le accentuazioni sia i forti ridimensionamenti degli aspetti di idealizzazione.
Kohut ha definito “arco di tensione” l’aspetto idealizzato dell’èquipe, che fornisce i valori guida, si articola con le forze narcisistiche del Sé, da cui derivano le ambizioni, si configura un piano di vita che ognuno dei membri è spinto a realizzare, per sentirsi più vitale e autentico. Il non riuscire a condividere le qualità idealizzate dell’èquipe, identificate con persone significative, perché sentite troppo lontane dalla proprie possibilità, può produrre ritiro, solitudine, vita di nicchia, come esito di ferite narcisistiche.
Le ferite conseguenti a “passi falsi” fatti nel contesto affettivizzato dell’èquipe, soprattutto a causa della vischiosità dei ruoli, si fissano nella memoria stimolandone il suo funzionamento ipertrofico. Le ferite sono flashback traumatici, attraverso la riproduzione di vecchi schemi del passato. Proprio come accade con i genitori, ogni tentativo di differenziazione dall’èquipe può essere vissuto con un forte senso di perdita di affetti importanti. Forme mature di condivisione dell’aspetto idealizzato si manifestano con sentimenti di maggiore autonomia dalla conferma esterna e con una richiesta di riconoscimento centrata su se stessi e sulla capacità di dare il proprio contributo.
Se per qualche motivo la funzione dell’oggetto-sé ideale è carente, la regolazione dell’autostima può andare incontro a difficoltà. Kernberg ha usato l’espressione di regressione paranoiagenica, per descrivere l’omogeneità dell’èquipe molto deteriorata. Si sperimentano svuotamento e solitudine, sentimenti causati dalla sensazione di perdita di riferimento e di radici comuni.

Tratto da GRUPPI OMOGENEI di Paola Alessandra Consoli
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