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Photolangage: gruppo terapeutico per tossicodipendenti


I gruppi proposti all’interno del Ser.T sono pensati per pazienti in fasi particolari del trattamento o che vivono specifiche situazioni esistenziali: gruppi per utenti in fase di disintossicazione, per quelli che assumono metadone in fase di mantenimento, per pazienti astinenti, per genitori di tossicodipendenti o per tossicodipendenti genitori.
Il Photolangage è una tecnica di conduzione di gruppo che prevede l’utilizzo della fotografia, allo scopo di facilitare gli scambi verbali e rappresentazionali tra i partecipanti.
Il Photolangage nasce a Lione nel 1965 dagli sforzi congiunti di un gruppo di psicologi che lavoravano con gli adolescenti; presto ebbero modo di rendersi conto quanto potente fosse la facilitazione dell’espressione verbale offerta dalla mediazione dell’uso di foto in bianco e nero.
Il gruppo di Photolangage è articolato in 2 tempi: in un primo momento viene proposta ai pazienti una domanda sulla base della quale osservare delle foto che sono state prescelte dagli operatori; essi dovranno sceglierne una tra quelle disponibili, quella che sembra più vicina al tema proposto. La scelta, effettuata in silenzio e con attenzione, avviene attraverso lo sguardo e solo quando ognuno ha scelto è possibile prendere in mano la foto e tornare a sedere nel cerchio del gruppo. Il secondo tempo prevede che ogni membro del gruppo stesso presenti a turno la propria foto, quando più lo ritiene opportuno. Al termine di ciascuna presentazione gli altri membri del gruppo possono fare dei commenti associandosi al contenuto della foto o a quanto è stato detto a proposito della stessa.
L’immagine, per la sua prossimità al versante sensoriale e corporeo, è depositaria di un legame inscindibile con l’affetto. E’ un legante naturale nel costituirsi di nessi di pensiero, crea un’area di gioco delimitata dalla domanda e dalla foto scelta, nel contesto della quale si attiva a livello intrapsichico la dialettica tra elementi primari e secondari.
La scelta della foto è attivata dalle immagini interiori di ciascuno ed è sostenuta dalla risonanza affettiva che provoca. Si verifica un passaggio continuo tra l’immaginario individuale e quello di gruppo, fra le immagini interne di ognuno a confronto con quelle degli altri partecipanti.
Attraverso l’immaginario gruppale, le immagini vengono elaborate e gli individui possono nuovamente attingere dal gruppo, riappropriandosi di contenuti originariamente propri che ritrovano trasformati e resi manifesti, oppure fruire di nuovi elementi identificativi.
Il Photolangage è stato scelto tra le possibilità tecniche di costruzione di un assetto di gruppo all’interno di un Servizio per tossicodipendenti, di tipo omogeneo e a tempo determinato.
I temi iniziali sono la spensieratezza e la leggerezza. Nel gruppo si parla di spontaneità, libertà, di desiderio di cose buone, ma i pazienti hanno difficoltà a portare ricordi positivi.
Nella seconda seduta si parla di morte e solitudine, temi che richiamano la difficoltà di mettersi in rapporto, legata alla mancanza, alla morte di una capacità relazionale, o paralizzata dal ritiro legato al pericolo di sovraccarico emozionale. Emergono ricordi e rappresentazioni materne legate alla depressione ed immagini di freddezza e di abbandono emotivo.
Nella terza seduta la foto rappresenta qualcosa di consolatorio, una nascita, 2 amiche che si parlano. L’idea che lo scambio presuppone il dare oltre l’avere è adesso più presente.
Nella quarta seduta, i pazienti scelgono una foto che rappresenta un luogo che piace e uno in cui non ci vorrebbe mai trovare. Il conflitto tra il piacere narcisistico e quello oggettuale paiono mostrarsi più chiaramente, anche se il gruppo cerca rifugio nella maniacalità. Questo ritiro non è totale, anzi gli scambi su sogni, immagini, fantasie avvengono comunque. Solo nelle ultime sedute affiora il tema della separazione dal gruppo, su cui emergono aspetti positivi e negativi del distacco.
Il gruppo propone riflessioni e suggerisce una prospettiva evolutiva, indicando dove si può andare per trovare del buon cibo psichico, pur indicando la necessità di attraversare luoghi desolati. Si passa attraverso rappresentazioni di morte e solitudine, per arrivare ad elementi che indicano la conflittualità adolescenziale, potenzialmente evolutiva, per approdare ad un’ipotesi di bisogno, di un contatto con il Sé che non sia costrittivo e di un contatto con il gruppo, un’occasione non vincolante ed oppressiva, dove si può andare e dal quale si può tornare a proprio piacimento.
Tratto da GRUPPI OMOGENEI di Paola Alessandra Consoli
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