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La liquidità, la struttura finanziaria e la solvibilità


Nella definizione dell’equilibrio finanziario si include (oltre alle nozioni di equilibrio monetario, o di cassa o di tesoreria) anche il concetto più ampio di equilibrio fra le strutture per scadenze dell’attivo e del passivo.
Tale equilibrio ha rilevanza finanziaria per il fatto che nel medio periodo appare corretto riferire la capacità di equilibrio della tesoreria alla concomitanza delle scadenze contrattuali delle attività e delle passività, che "garantisce" in  linea di principio l’estinzione puntuale delle obbligazioni assunte (se sussiste coincidenza temporale tra le scadenze delle attività e delle passività, in linea di principio le entrate relative alle attività scadute finanziano le uscite riferite alle passività scadute).
Tale accezione di equilibrio finanziario –ineccepibile dal punto di vista teorico- si presta tuttavia a fondate critiche, dovute al fatto che nella realtà l’intermediario creditizio realizza sistematicamente condizioni di equilibrio di tesoreria senza equilibrare o pareggiare le strutture finanziarie per scadenza; inoltre il riferimento alla scadenza contrattuale formale delle singole attività o passività è spesso non signinficativo.
In definitiva, il vincolo del bilanciamento è eccessivamente restrittivo: l’equilibrio finanziario dell’intermediario creditizio è sostanzialmente protetto dalla sua capacità di sostituire le passività scadute con nuove passività, quando queste siano contrapposte ad attività finanziarie con scadenza più lunga.
Quindi, la situazione di sbilanciamento delle strutture per scadenze dell’attivo e del passivo non mette a rischio l’equilibrio finanziario, ma l’equilibrio reddituale, cioè il livello e la variabilità del margine di interesse e/o il valore di mercato del patrimonio netto.

La solvibilità. Innanzitutto occorre precisare che si assume come riferimento principale le quantità economiche, cioè i valori degli attivi e dei passivi, piuttosto che le quantità finanziarie (flussi di cassa, scadenze, durate, riserve). Esiste una condizione di solvibilità quando il valore effettivo (non necessariamente coincidente con quello contabile) dell’attivo è superiore a quello nominale del passivo, in questo modo l’intermediario è in grado di far fronte al proprio indebitamento in senso economico (l’intermediario è solvibile).
Il concetto di solvibilità è quindi tipicamente economico e si distingue da quello di liquidità, che ha invece contenuto e significato finanziario.
Infatti solvibilità significa la capacità dell’intermediario di far fronte totalmente a tutte le obbligazioni verso i propri creditori senza perdite di capitale proprio, nell’eventualità di liquidazione dell’attività di intermediazione. Perciò il valore attribuito, nella fattispecie alle attività è un valore di liquidazione/cessione e non certamente un valore di funzionamento. comunque, dato che l’eventualità della liquidazione è soltanto ipotizzata, la condizione di solvibilità non identifica un’immediata capacità di estinguere (pagare) le passività.
Viceversa liquidità significa far fronte senza interruzioni al flusso corrente delle uscite.
Quindi la solvibilità fa riferimento a quantità stock (attività e passività), mentre la liquidità fa riferimento a quantità flusso (adeguatezza delle entrate correnti rispetto alle uscite correnti).
Per la direzione aziendale la solvibilità è una situazione o un dato non modificabile ex post (infatti essa non può rendere l’intermediario oggettivamente più solvibile). Diversamente è possibile intervenire su un equilibrio di cassa deficitario mediante azioni che generano ex post entrate e quindi aumentano la liquidità (fa parte della gestione della tesoreria).
La verifica definitiva della diversità delle 2 nozioni si ha nella constatazione che una banca solvibile non è necessariamente liquida e viceversa una banca liquida non è necessariamente solvibile.
Nonostante le diversità, i 2 concetti sono strettamente legati e interdipendenti nel lungo periodo. Infatti, ad es, la consapevolezza dell’opinione pubblica che l’attivo si è svalutato al punto di non coprire più il passivo, e quindi da intaccare i mezzi propri, induce generalmente i depositanti a chiedere il rimborso dei propri crediti in misura di molto superiore ai comportamenti "normali": questa dinamica innesca inevitabilmente prima o poi, in assenza di sostegno esterno (Banca cenatale, altre banche) una crisi di liquidità (le riserve si estinguono). Analogamente una banca non liquida è in genere costretta ad azioni di cessione/liquidazione delle attività (titoli, prestiti) e per evidenti ragioni di urgenza, realizza valori inferiori a quelli di libro: l’accumulazione di tali minusvalenze mette chiaramente a rischio la solvibilità della banca.
Dunque la situazione di solvibilità (concetto patrimoniale), pur non identificandosi di per sé con l’equilibrio finanziario, ne è in realtà un presupposto essenziale. Perciò, tra equilibrio finanziario e patrimoniale sussistono strette relazioni di interdipendenza, che coinvolgono pure il profilo di adeguatezza del capitale proprio.
Tratto da IL SISTEMA FINANZIARIO di Alessia Chiovaro
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