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L’Emiciclo di Delaroche


L’Emiciclo di Delaroche è il più famoso fra i molti tributi del genere offerti dalla pittura agli antichi maestri a partire suppergiù dalla metà del Settecento, quello che ha esercitato un’influenza più avvertita. La tela raffigura i più grandi artisti della storia (Correggio, Veronese, Antonello da Messina, Murrillo, Van Eyck, Tiziano, Rembrandt, Velasquez, Bellini, Giorgione, ecc.) riuniti in un ideale convegno. L’esistenza di siffatte gerarchie di artisti possono prospettarsi ai nostri occhi come una testimonianza affascinante in rapporto al tema del gusto, ma si tratta di una testimonianza difficile da portare alla luce; negli innumerevoli commenti seguiti alla presentazione ufficiale del dipinto al pubblico, l’argomento fra tutti pressoché ignorato è proprio quello che maggiormente ci interessa: la scelta degli artisti che Delaroche ha voluto raffigurare nella sua imponente impresa pittorica; scelta che può essere stata diretta e personale responsabilità dell’artista stesso, o va interpretata in relazione alle più importanti commissioni della sua epoca e del suo paese come fattore indicativo? La scelta, così eclettica, corrisponde pienamente al giudizio valutativo sull’arte dell’élite culturalmente più avvertito? La ricerca di una norma nel gusto era un problema profondamente sentito nel Settecento. L’opera evoca un fattore di stabilità, un valore fisso e permanente del quale si sentiva la mancanza di realtà; l’eclettismo cui si attiene questo pubblico monumento si proponeva deliberatamente di riuscire accetto vuoi al conoscitore d’arte, vuoi al grosso pubblico. Il secolo XIX ha visto una gran serie di rivalutazioni dell’arte del passato che hanno influito in misura determinante su quello che oggi è il nostro grado di apprezzamento e di comprensione. Intere scuole, dalla prima scuola fiamminga a quella italiana, dal Seicento spagnolo al Settecento francese, sono state riportate in auge in tempi, in luoghi e agli occhi di pubblici diversi. Altre correnti, per contro, come il barocco italiano o la scuola olandese italianizzante, sono state bollate e respinte come prive di qualsiasi valore e addirittura nefaste. Un’inattesa attribuzione o un’inopinata scoperta avevano il valore di sovvertire nella sostanza la fama di un artista, come avvenne nel caso della Tempesta di Giorgione, un capolavoro oggi a tutti noto, ma che non sembra sia stato veduto o comunque menzionato nel lasso di tempo trascorso fra il 1530 e il 1855. Dell’ultimo trentennio del secolo XVII si diffuse la sensazione che l’era die grandissimi pittori fosse ormai conclusa: di pittori si intende, la cui
fama, al pari di quella di un Raffaello, di un Tiziano, di un Correggio, e parimenti dei Carracci, di un Rubens, di un Poussin, fosse destinata a dilatarsi senza posa, cristallizzandosi nell’eternità. Ovviamente, artisti della portata di Luca Giordano, Francesco Solimena, Maratta, Boucher, Giambattista Tiepolo, si sarebbero conquistati in tutto il mondo una fama non inferiore a quella dei loro predecessori, ma ciò non toglie che un siffatto convincimento perdurasse tenace e d’altronde tale successo fu di breve durata. In questo periodo (a
partire cioè dal 1680 al 1780) si manifestano altresì i primi sintomi vistosi di quella radicale divergenza tra valutazione critica e la stima accordata dal pubblico, destinata a svolgere un ruolo decisivo nell’evoluzione della cultura europea. Il gusto prese a differenziarsi dalla moda, un processo in atto prima ancora del violento attacco sferrato contro l’arte contemporanea e i maestri dei Seicento barocco che caratterizzò una parte rilevantissima dell’opinione critica dalla seconda metà del Settecento in poi, intaccando la gloria stessa dei grandi bolognesi.
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