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Educazione Interculturale



L’ educazione interculturale è stata introdotta nelle scuole italiana da circa dieci anni dando vita ad una serie di approcci che in una valutazione complessiva meritano di essere considerati come buone esperienze di integrazione.

Affinchè il curriculum abbia prospettive ed obiettivi interculturali, esso comporta alcuni aggiustamenti e riformulazioni in modo che con le dovute integrazioni si possa cogliere il punto di vista dell’altro, oppure in modo che la storia del posto non contenga elementi valutativi in negativo nei confronti dei paesi d’origine dei nuovi alunni stranieri, ovvero si cerca di rispettare il profilo della diversità culturale che nelle riflessioni didattiche diventa tra gli argomenti più dibattuti. Le difficoltà riguardano il fatto che alcuni degli insegnamenti scolastici per avere questa apertura interculturale andrebbero commisurati in linea teorica alle specificità culturali racchiuse in una etnia (la storia e gli orientamenti di religione e vita ad es), questo affinché l’ itinerario didattico faciliti le possibilità di conversare con lo specifico culturale altrui, come se in quella diversità ci fosse un modo privato da riprodurre. Tale orientamento costituisce il principio generale di una didattica che intende mediare e favorire lo scambio dialogico nell’ottica della reciprocità e nel rispetto del punto di vista altrui.

Ciò che purtroppo l’integrazione interculturale lascia costantemente insoluto riguarda le modalità con cui i nuovi arrivati dovrebbero provvedere a crearsi una loro soggettività incentrandola sulla cultura di origine. Il modello interculturale di integrazione ed accoglienza sostiene che la nuova alfabetizzazione possa dare continuità alla cultura d’origine, invece non sarebbe così, l’alunno straniero, non potrà riprodurre il mondo culturale da cui  proviene nella nuova realtà in quanto non solo arrivando si è già trasformato ma la sua autenticità culturale è già bella e perduta. Pertanto un modello didattiche in tale senso efficiente deve innanzitutto orientarsi ad un approccio interculturale differenzialista che badi alle identità e che vada a valorizzare le diversità, secondo poi, si deve fare in modo che le loro identità non subiscano processi di alienazione tramite sistemi acculturanti assimilatori dei nostri paesi imponendo loro uno sradicamento totale in maniera autoritaria, cioè impedendo che input traumatici attivati dai cambiamenti dei regimi culturali compromettano la stabilità emotiva e psico relazionale dell’alunno straniero, il transfer interculturale dovrà piuttosto essere morbido convertendo codici e alfabeti in sistemi flessibili e aperti. In questo modo il passaggio favorirà alcune possibili combinazioni che non alterano la stima di se. L’integrazione è vista dunque come un lento distacco che non penalizzi in modo traumatico l’immagine simbolica delle radici identitarie di ognuno. La cancellazione totale risulterebbe nociva per la stabilità emotiva e psichica del soggetto.

Clifford invece sostiene che spesso i popoli sono pronti a dare spazio a specifici incontri con la modernità in cui mescolanze di retaggi vanno a fondersi tranquillamente. Un esempio che può non c’entrare nulla?! In Nigeria la gente beve la Coca Cola. Clifford è dell’idea che le trasformazioni ci hanno ormai distaccato dalle radici, la caduta delle barriere, altrettanto, le identità non possono non essere miste, sono un frutto impuro. Non ci sono più luoghi distanti, sostiene, il potente motore della modernità comporta l’esistenza di processi globali che intervengono sul particolarismo locale che non ha scampo in simili circostanze, le culture si mescolano, le autenticità locali si incontrano e si fondo, l’identità è un ibrido, un innesto di storie individuali. L’identità è il frutto di una negoziazione che conferisce ibridi.

Cosa significa questo per l’educazione interculturale?! Che gli insegnanti devono trasformare le loro competenze di mediazione in competenze etnografiche per leggere in che modo queste culture impure possono inventarsi la loro nuova cultura e farla diventare il futuro? Si valuta nel frattempo nel dibattito la possibilità di introdurre un nuovo indirizzo epistemologico che nell’approccio interculturale includa nuove ricerche etnografiche sull’ibridazione, il meticciamenti, innesti, ridislocazioni e disgiunture, in altre parole l’intercultura più che soffermarsi sulle culture originarie e le relative identità dovrebbe educare a concepire l’identità come plurale e non rigida ed esclusiva. Questo è un presupposto che orienta all’apertura, al dialogo ed alla KRASIS (passaggio dalle appartenenze locali ad aperture generali.

Tratto da INTERCULTURA. PAIDEIA PER UNA NUOVA ERA di Marianna Tesoriero
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