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Conferenze di Brema e di Friburgo: identità tra essere e pensiero

Le “Conferenze di Brema e di Friburgo” sono molto utili per dare un quadro d’insieme dell’ultimo Heidegger. Nella fase finale della sua speculazione, Heidegger si rivolge alla questione irrisolta di “Essere e tempo”: la questione dell’essere. In una delle conferenze di Friburgo (“Il principio d’identità” [1957]), egli espone il modo in cui intende impostare il problema dell’essere, ovvero ripartendo dall’approfondimento della presunta identità tra “essere” e “pensiero” esposta nel celebre frammento 3 di Parmenide:

τό γάρ αυτό νοείν εστίν τεκαί είναι
Lo stesso è infatti pensare e altrettanto anche essere.


Il termine τό αυτό è traducibile in latino con due termini: idem e ipse. In tedesco idem è tradotto con gleich e ipse con selbe. I due termini non significano esattamente la stessa cosa: la differenza che intercorre tra loro è propriamente la stessa differenza che sussiste tra il pensare l’identità come “identità matematica” (A = A), un’identità statica in cui non sono contemplate diversità tra i membri dell’uguaglianza, e un’identità intesa come “stessità” (A è A, dove “è” esprime “esistenza” e non è intesa come copula), un’uguaglianza dinamica che presuppone una differenziazione tra i termini.
Secondo Heidegger, quando Parmenide afferma che essere e pensiero sono identici, non parla di un’identità tipica dell’idem, ovvero di un’identità matematica, ma di una stessità tipica dell’ipse. Essere e pensiero sono “lo stesso” nel senso che vi è una appartenenza reciproca, una coappartenenza (Zusammen-gehörigkeit, da gehöre = appartenere) tra i due termini. Questa appartenenza reciproca non implica un rapporto di proprietà tra essere e pensiero, ma indica piuttosto un appartenere nel senso di un esser posto in relazione di ascolto: in questo consiste propriamente il pensare, in un porsi in ascolto del darsi dell’essere al pensiero. La coappartenenza tra pensiero ed essere consiste, dunque, nel darsi dell’essere e nella capacità di ascolto dell’essere propria dell’uomo che è ente pensante. Questa appartenenza reciproca rimanda, tuttavia, a una differenziazione: l’essere si dà nella forma dell’essere pensato, ma ciò non implica che sia il pensiero a determinare il darsi dell’essere. Solo se si dà essere si dà pensiero dell’essere e non viceversa.
L’identità intesa in senso ipseistico (propria del pensiero di Parmenide) tra essere e pensiero è propriamente, secondo Heidegger, l’identità ipseistica tra uomo (ente pensante) ed essere. Questa identità ipseistica, che presuppone una differenza pur nella relazione reciproca tra i termini, è indicata da Heidegger col termine Aus-trag, traducibile con “di-aferenza”, differenza che porta in sé l’identità.
Tratto da L'ULTIMO HEIDEGGER di Carmine Ferrara
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