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La retorica

La retorica nasce nel V secolo a.C. per rispondere alle necessità storiche della πόλις, in cui l’arte del parlare in pubblico costituiva un sapere fondamentale per il cittadino.
Originariamente la retorica abbracciava tutti i campi della comunicazione verbale o scritta; era una vera e propria “scienza della parola” che comprendeva l’oratoria, la critica letteraria, la teoria della comunicazione, l’arte di porgere un testo agli ascoltatori.
A partire dal IV secolo a.C., con il declino della πόλις, la retorica diventa materia di scuola e, insieme alla filosofia, viene considerata il pilastro su cui doveva reggersi l’educazione della futura classe dirigente.
È a Roma che la retorica greca trova il suo campo più congeniale: qui la tumultuosa vita politica imponeva lo studio dell’eloquenza. Nella ormai capitale del mondo, operarono i principali maestri di retorica greci come Cecilio di Calatte il cui trattato sul sublime nell’arte fu fonte di ispirazione per il geniale anonimo autore del “ Sublime”.

- L’opera è dedicata ad uno sconosciuto giovane dell’aristocrazia romana, amico dell’autore anonimo, ed è una integrazione all’opera di Cecilio. È scritta nella forma letteraria dell’epistola.
È un’opera polivalente:
È un trattato di estetica in quanto affronta il problema di definire ciò che è “sublime”: non è semplicemente ciò che è bello e neppure ciò che è straordinariamente bello, ma è piuttosto ciò che sconvolge, sbigottisce, sorprende e addirittura spaventa.
È un trattato di retorica in quanto affronta il problema della corruzione dell’eloquenza.
È un saggio di critica letteraria in cui vengono formulati alcuni dei giudizi più penetranti sugli scrittori classici.
 
Accanto a Cecilio i maggiori retori del tempo furono Apollodoro di Pergamo (104 – 22 a.C.) e Teodoro di Gadara (70 – 6 a.C.). Essi diedero origine a due indirizzi contrapposti:
- Apollodoro e i suoi seguaci (“apollodorei”), ritenevano che la retorica fosse una scienza rigorosa soggetta a norme rigide. Per loro la bravura di un retore si riconosceva dalla conoscenza di queste norme e non dal suo pathos espressivo.
- Teodoro e i suoi seguaci (“teodorei”), ritenevano che la retorica non fosse una scienza, ma un’arte dipendente proprio dalle soggettive qualità dell’autore e non da regole universali.
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