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Le critiche del modernismo


Il modernismo critica il realismo ottocentesco, che credeva nell'esistenza di una realtà extrapersonale che possa essere descritta più o meno oggettivamente da un osservatore. Ora invece si nega proprio l'assunto che esista un'oggettività, distinta dalle immagini del mondo che le percezioni individuali e la rielaborazione mentale di quelle percezioni creano nella coscienza soggettiva. Il tempo e lo spazio non esistono, dice Strindberg in Sogno. La realtà va in frantumi perchè essa è solo un prodotto dell'arte, una deliberata organizzazione dei dati mentali in modelli descrittivi che seguono o cercando di imitare i presunti processi dell'attività psichica.
L'arte punta all'astrazione eppure pretende di essere anche l'unica forma di realtà accettabile e legittima. Un paradosso reso ancora più drammatico dalla situazione storica in cui gli artisti vivono: guerre, povertà, persecuzioni politiche. Questo bisogno dell'astratto testimonia anche un bisogno aristocratico di solitudine e di scetticismo intellettuale, un disprezzo del transeunte e del caso. Fine dell'arte è dunque l'autorealizzazione dell'arte ma non è sempre così: per molti essa è anche l'ultima arma con cui portare avanti l'impegno civile e morale in un mondo disgregato e confuso. È l'arte che puntella lo sfacelo e il crollo, salva le rovina, fissa un confine. L'esuberanza linguistica è spia di questo tentativo.
Distinguiamo un modernismo arcano ed elitario che esclude la maggioranza degli uomini, giudicati incapaci di comprenderlo; e un modernismo impegnato e costruttivo che vuole formulare una nuova coscienza civile.
Il modernista considera l'opera unica ed irripetibile, una esperienza estetica assoluta, l'unica idea di eternità che la consunzione storica del realismo permette.

Tratto da LETTERATURE COMPARATE di Gherardo Fabretti
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