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La fine del governo Tambroni


I mutamenti economici e sociali si accompagnarono all’ingresso dei socialisti nell’area di governo, si trattò del primo mutamento degli equilibri politici italiani dopo il trionfo democristiano del ’48. Opposizioni e perplessità nei confronti del nuovo corso si manifestarono in Vaticano e negli ambienti diplomatici statunitensi. La svolta maturò in seguito a una serie di avvenimenti drammatici: nella primavera ’60 il democristiano Fernando Tambroni non riuscendo a trovare l’accordo con Social Democratici e Repubblicani formò ugualmente un governo monocolore con l’appoggio determinante dei voti del Movimento Sociale; la tensione esplose alla fine di giugno quando il governo autorizzò il Movimento Sociale Italiano (Msi) a tenere il suo congresso nazionale a Genova nonostante l’opposizione delle forze democratiche cittadine. La decisione suscitò un autentica rivolta popolare, alla fine il governo cedette ed il congresso fu rinviato. Tambroni fu sconfessato dalla stessa DC e costretto a dimettersi. Con lui cadde ogni ipotesi di governo appoggiato dall’estrema destra. Per superare la crisi fu formato un nuovo governo presieduto da Fanfani, aprendo così la stagione politica del centro-sinistra. Il programma di governo prevedeva la realizzazione della scuola media unificata e la nazionalizzazione dell’industria elettrica. Il governo mirava quindi a potenziare gli strumenti dell’intervento statale sull’economia al fine di ridurre gli squilibri della società italiana, e soprattutto il divario tra nord e sud. La nazionalizzazione dell’industria elettrica fu portata a compimento nel ’62 con la creazione dell’ENEL. Nel dicembre ’62 fu approvata la legge che istituiva la scuola media unica. Il governo di organico di centro-sinistra si formò solo nel ’63 sotto la presidenza di Aldo Moro e nacque su basi più moderate rispetto al governo Fanfani. Se la DC riuscì a mantenere la sua unità il Psi pagò la partecipazione al governo con una riacutizzazione dei dissensi interni e con una nuova scissione: nel gennaio ’64 la minoranza di sinistra diede vita al Partito Socialista Di Unità Proletaria (Psiup), nell’agosto ’64 intanto era morto Togliatti in URSS lasciando al partito una pesante eredità ma indicandone nel cosiddetto “Memoriale di Yalta” (una specie di testamento politico), una linea che riaffermava il principio dell’indipendenza da Mosca e l’originalità del socialismo italiano. Nonostante le difficoltà incontrate dagli esordi la formula di centro-sinistra sarebbe durata con fasi alterne per oltre un decennio. Ma si sarebbe progressivamente esaurita rivelandosi inadeguata ad affrontare i problemi di una società sempre più articolata e percorsa da un elevata conflittualità politica e sindacale.

Tratto da PICCOLO BIGNAMI DI STORIA CONTEMPORANEA di Marco Cappuccini
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