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La trincea protagonista della guerra

La trincea protagonista della guerra



Dal punto di vista tecnico la vera protagonista della guerra fu la trincea, ossia la più semplice e primitiva fra le fortificazioni difensive.
Innovazioni belliche: aerei, sottomarini, armi chimiche (gas), telecomunicazioni, carri armati eccetera. Col protrarsi del conflitto e l’inasprirsi del regime repressivo all’interno dei singoli stati vennero rafforzandosi i gruppi socialisti contrari alla guerra, al loro interno esisteva però una spaccatura molto netta tra il Pacifismo delle sinistre riformiste, e il disfattismo rivoluzionario nei gruppi più radicali: fra questi spiccavano gli Spartachisti tedeschi, e soprattutto i bolscevichi russi. Già ne convegno di Zimmervvald, Lenin: leader riconosciuto dei Bolscevichi, aveva sostenuto la tesi secondo cui il movimento operaio doveva profittare della guerra e delle sofferenze per affrettare il crollo dei regimi capitalistici.
Nei primi mesi del 1917 due fatti nuovi intervennero a mutare il corso della guerra. All’inizio di marzo uno sciopero generale degli operai di Pietrogrado si trasformò in un imponente manifestazione politica contro il regime zarista. Quando i soldati chiamati a ristabilire l’ordine rifiutarono di sparare sulla folla e fraternizzare coi dimostranti la sorte della monarchia fu segnata, lo zar abdicò il 15 marzo e pochi giorni dopo fu arrestato con l’intera famiglia reale. Si metteva in moto un processo che avrebbe portato a breve al collasso militare della Russia. Il 6 aprile gli USA decidevano di entrare in guerra contro la Germania che i primi di febbraio aveva ripreso la guerra sottomarina nel tentativo di chiudere in tempi brevi la partita con l’Intesa infliggendo un colpo mortale alle economie dei paesi nemici. L’intervento americano sarebbe risultato decisivo sia sul piano militare che economico: tanto da compensare il gravissimo colpo subito dall’Intesa con l’uscita di scena della Russia. Il crollo del regime zarista era stato infatti il preludio alla disgregazione dell’esercito: molti soldati contadini abbandonarono il fronte e tornarono ai loro villaggi per partecipare alla probabile spartizione delle terre dei signori. Da allora la Russia cessò di fornire qualsiasi contributo militare agli alleati. I tedeschi penetrarono in profondità nel territorio dell’ex impero zarista e, una volta raggiunti i propri obiettivi, poterono trasferire forti contingenti di truppe sul fronte occidentale. Per le potenze dell’Intesa altre difficoltà militari si aggiungevano a quelle politico-psicologiche. Si intensificavano dappertutto le manifestazioni di insofferenza popolare contro la guerra, gli scioperi operai, gli ammutinamenti nei reparti combattenti. Il trattamento materiale dei soldati francesi fu migliorato e al comando dell’esercito fu chiamato il generale Philipe Petain, sostenitore di un uso più umano delle truppe in battaglia. Ma anche negli imperi centrali si andavano moltiplicando i segni di stanchezza. Particolarmente delicata era la posizione dell’impero austroungarico, dove l’andamento non brillante della guerra aveva ridato forza alle aspirazioni indipendentiste delle nazionalità oppresse. Alla costituzione di un governo cecoslovacco in esilio seguì nell’estate del ’17 un accordo fra serbi e croati sloveni per la costituzione di uno stato unitario degli Slavi del sud (la futura Jogoslvia). Consapevole del pericolo di disgregazione cui era esposto l’impero il nuovo imperatore Carlo I avviò fra il febbraio e l’aprile del ’17 negoziati segreto in vista di una pace separata. Ma le sue proposte furono respinte dall’Intesa.

Tratto da PICCOLO BIGNAMI DI STORIA CONTEMPORANEA di Marco Cappuccini
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