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La critica creativa : Jofrey Deicht

La critica creativa : Jofrey Deicht


Per altro verso esiste una certa vicinanza d'intenzioni fra l'approccio statunitense alla critica creativa, quale quella sia pur imprenditoriale di Joffrey Deicht il quale con la mostra Post Human, ha ridefinito i confini della contemporaneità suscitando grande scalpore con la visionarietà del suo lavoro e la cura selettiva di stampo europeo. Sono derivate dalla posizione di Deitch le teorie del post-organico di Teresa Macrì, l'identità fetish di francesca Alfano Miglietti per citarne due tra le prime in Italia. In realtà nel resto del mondo sono altre le direzioni intraprese dalla critica contemporanea, e questo, va precisato non è tanto un problema linguistico, quello della 'diversità italiana', quanto di prospettive geografico-politico. La critica selettiva, infatti ha dalla sua la riduzione schematica del discorso, che vuole essere come in Foucault di "Le parole e le cose", una nuova tassinometria del XX secolo, che Faucoult stesso probabilmente immaginava di realizzare, ma che non poté mai descrivere. Si intuisce peraltro che è lo stesso fenomeno del trascendentale che in Foucault era contrapposto all'empirico che oggi viene preso di mira, aggirato, circoscritto, denuclearizzato. Esso rimane comunque un problema di non facile soluzione per l'arte contemporanea - particolarmente il concetto di idea e di ideale -, ma soprattutto per quanto riguarda la critica esso viene più deliberatamente circoscritto in ambito percettivo: la selezione di artisti compie pertanto questo passo in avvicinamento emozionale proprio a causa dello storicismo fuori campo della critica ufficiale. Ma, si dirà, se la lotta all'ufficialità è così democraticamente distribuita, perché la stessa "istituzionalizzazione" è necessaria per la realizzazione sociale dell'artista? La risposta può essere racchiusa nella semplice constatazione che la critica d'arte ufficiale è chiamata a testimoniare sulla qualità di un lavoro, che se inserito nell'ambito museale non ha bisogno di valutazioni qualitative. Quello che il pubblico dell'arte contemporanea vuole, essendo per la massima parte fondato da specialisti, è la motivazione, il senso essenziale, iniziale, di questo percorso dell'arte, e di contro non ha nessun interesse nel valutarne il valore storico. Esso c'è perché quell'arte è lì, per quel determinato momento storico. Pertanto, accettandolo nella interezza del suo messaggio politico il testo a suo commento risulta subito dopo retorico; uo dei motivi per la sottolineatura biografica dell'artista, commento accessorio, e semmai, messaggio indirizzato a chi realmente vive la condizione critica come militanza - per usare il termine oramai desueto (Cfr. Michel Walzer, L'intellettuale Militante, ed. it. Il Mulino, Bologna, 1991). D'altra parte la critica selettiva ha legato questo concetto di militanza traducendolo in quello di partecipazione, ed è proprio per questo che a volte si è travisato nel nome della critica come partecipazione creativa; nella critica selettiva non c'è voglia di partecipazione attiva alla forma dell'arte poiché essendo azione di gestione ha piena consapevolezza dell'artificiosità della scrittura interpretativa e nell'opinione dell'artista. Il quale sin dai giorni del pieno concettuale aveva ribaltato questo ruolo, ed anche la tradizione 'gerarchica' dell'intellettuale duchampiano, nella più accettabile condizione psichica del postmodernismo: sfiducia globale nei confronti di ogni alterità, ivi compresa quella più simile, in poche parole, sino alla nascita dell'idividualismo del primo postmoderno. E' un'idea postmoderna quella di dividere il settore dell'arte contemporanea in sottosettori, impermeabili e non comunicanti; già negli anni Settanta nessun critico avrebbe definito il lavoro dell'arte attraverso generi, quali la pittura dividendola dell'happening. Un testo sull'happening avrebbe sicuramente imbarazzato se focalizzato sulla tecnica, ma sullo stesso esempio, avevano fatto Conceptual Art di Migliorini (Il Fiorino, Firenze 1976), o Teoria dell'Avanguardia di Bürger (ed. it. Bollati Boringhieri, 1990). E' da questi testi che gli anni Settanta guidano e ripropongono quel pallido ricordo di modernismo sino a proiettarne il suo cono di luce sino agli anni Novanta.

Tratto da LA CURA CRITICA di Alessia Muliere
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