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De Sica, Petrolini e Mattoli. Maschera nella commedia


Vittorio De Sica esordisce alla regia nel 1940 con Rose Scarlatte e prosegue con due commedie Un Garibaldino al convento e Maddaleno..0 in condotta. In queste opere mostra di aver assorbito la lezione cameriniana, sarà con I bambini ci guardano che, mostrando l’esperienza del reale attraverso gli occhi di un bambino, individuerà una sua personalità registica forte. Cesare Zavattini è lo sceneggiatore comun denominatore alle basi di tutti i successi registici, mira alla ricerca di un’identità linguistica forte ma valorizzando la diversità dialettale ed innestando le nuove parole di provenienza estera che andavano consolidandosi nella parlata quotidiana. Dopo Blasetti, la riscoperta della Sicilia nel segno del verbo verista si estenderà a vari registi che vedranno nell’isola di Verga il luogo eletto a rappresentare il popolo italiano e che diverrà poi fondamentale nella fenomenologia rappresentativa neorealista.
L’avvento del sonoro rimette in moto la produzione ed il sistema divistico sfruttando le potenzialità delle diversità dialettali:
Campania con Totò e i De Filippo, Lazio con Anna Magnani e Fabrizi, ogni regione punta a lanciare i propri attori più rappresentativi.
Petrolini è l’attore che meglio incarna lo spirito divistico del periodo, il suo volto è una maschera ideale per la maschera ed incarna lo spirito della fotogenia. Può recitare ogni ruolo di ogni genere senza restarne legato. Nell’ambito comico si ricostruisce la specializzazione, la maschera della commedia dell’arte e l’innesto di elementi teatrali nel cinema  con Totò, Govi e Macario. Totò incarna quello che era il sogno della marionetta perfetta di Gordon Craig, un corpo totalmente snodabile le cui parte sembrano muoversi in totale asincronia e perfetta armonia, la sua comicità torna agli Zanni ed ai servi plautini. I registi che lavorano con questi attori teatrali e monopolizzanti della scena non si pongono particolari problemi espressivi, il lavoro è subordinato all’esaltazione dell’abilità attoriale, esemplare l’apporto di Mattoli che  negli anni 40 modificherà la sua poetica portando la Magnani e Fabrizi alla recitazione di L’ultima Carrozzella in cui chiederà loro di rinnovarsi e li contornerà con elementi registici innovativi, partecipando egli stesso al movimento di critica ponendo i suoi film precedenti come modello da non imitare.
Come negri alla sceneggiatura lavorano alcuni dei grandi autori cinematografici e letterari che sbocceranno negli anni 60 (Fellini, Campanile).
Per tutti gli anni venti il sistema divistico sarà dominato esclusivamente da attori americani, sarà Vittorio De Sica a rilanciare il divismo italiano, mostrando una tipologia di personaggio popolare, lontano dall’eroismo yankee. Tuttavia per lungo tempo il pubblico italiano dichiarerà di preferire il cinema di importazione a quello nazionale. Anna Magnani e Aldo Fabrizi faranno da ponte verso la figura attoriale professionista che non mostra distinzione tra arte e vita.
Tratto da STORIA DEL CINEMA ITALIANO di Asia Marta Muci
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