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Elsa Morante – I due cugini

 Elsa Morante – I due cugini


La storia degli amori fra l'indifesa Anna Massia e il narcisista e folle suo cugino Edoardo non contiene soltanto alcune delle pagine più splendenti mai scritte dalla Morante, ma è centrale nella struttura dell'opera, poiché in essa confluiscono o da essa si dipartono quasi tutte le vicende che vi sono messe in scena. Ed è un paradigma dell'atmosfera stregata, nelle psicologie ancor prima che negli eventi, già indicata dal titolo.

Il rapporto fra i due personaggi si svolge tutto all'insegna dell'asimmetria, che è anzitutto asimmetria fra le lunghe e accese tirate di lui e i silenzi o le brevi, pudiche e sorprese battute di lei. Edoardo ama insieme con esaltazione e recitazione teatrale, attrazione e riserva; lei con tutta sé stessa e tuttavia in moodo romanzesco, grave di quella pesanteur di cui la Morante accusava sé stessa e che qui sembra quasi proiettarsi nella fantasia con cui Edoardi la vede grassa e sfatta quando sarà sua moglie; lui ricco, nobile e mondano, lei la straccioncella, chiusa nella sua povera casa.

Dunque tutto si delinea secondo il classico schema padrone-serva, anzi con tratti vampireschi e sadomasochisti, come quando Edoardo obbliga la ragazza a ustionarsi con un ferro rovente. Ma ad aumentare l'ambiguità, i due sono cugini, come Carlino e la Pisana di Nievo, lettura certa della Morante; anzi, i due vivono a volte questa parentela come fratellanza e dunque possibilità di scorgere nell'altro un doppio; è un tema che costeggia quello del doppio, il tema dello specchio, un vero e proprio leitmotiv del romanzo. Va osservato che appunto la somiglianza eccessiva, anche procurarata e proiettiva, che li lega è segno sì della fascinosità di un amore interdetto ma anche, almeno dall'angolo visuale del giovane, dell'impossibilità di un amore normale.

Menzogna e sortilegio è molto più romanzo di atmosfere e di personaggi che di intrecci, in un certo senso è un romanzo “statico”. L'ambientazione in una città siciliana e dintorni è certa ma suggerita da scarsissimi elementi, anche perché in quest'opera di sortilegi e di prigionie psicologiche gli interni dominano assolutamente sugli esterni: tuttavia proprio in questo brano compaiono due indicatori dell'ambiente esterno: la canzone dialettale cantata da Edoardo che se ne va e l'espressione mala femmina; al contrario, il luogo misero e degradato nel quale si incontrano per l'ultima volta i due cugini si trasfigura, complice la luna, in un ambiente magico. Il fatto è che l'andamento antinaturalistico (e siamo nel 1948!) del romanzo da un lato è dovuto alla sua parentela, sia pure maligna e stregonesca, con quel genere della favola che era quasi il luogo ideale della scrittrice; dall'altro alla sua forza “epica”.

Non bastasse il lento eppure convulso procedere della storia, parla chiaro lo stile sempre alto e maestoso della scrittrice, di una densità quasi melvilliana, che rifugge dalla mimesi del quotidiano e garantisce nello stesso tempo l'atmosfera del sortilegio e della favola e il controllo razionale su questa. Si guardi subito come Edoardo traduce in una sua malata fantasia personale il vecchio costume siciliano di incarcerare le mogli in casa riempiendole di figli e rovescia in immagini di sfatta bruttezza casalinga la giovane bellezza di Anna.

E si metta a fuoco l'immagine di Anna grassa, deforme, sfatta, grassa invecchiata che così ridotta dal suo padrone, proprio per la sua bruttezza lo farà impazzire d'amore: dunque non è già un abbassamento ma un paradossale innalzamento della temperatura erotica del brano, che è ciò che più ce lo rende indimenticabile.

Il fatto che lo stile di Menzogna e sortilegio sia sempre ricco e appassionato, in qualche modo “impostato”, comporta intanto la presenza di vocaboli o altro di marchio nobilmente letterario, come ambascia, mirare, rimirare, ritorcere. Ma questa non è che la superficie. Ciò che meglio e più personalmente caratterizza soprattutto gli atteggiamenti teatrali e i vaneggiamenti declamatori di Edoardo, è altro. Anzitutto le ripetizioni, segnale di un pathos che può magari essere procurato e illusivo, e vedi in particolare 133 – 134: Non è vero...ch'io sono...Io sono...sono. Stesso discorso per le infilate incalzanti di interrogazioni: Ti piacciono queste cose che ti dico, Anna mia? O forse no? Perché sospiri?

Ma il tratto come sempre più personale e catturante di questo stile è la sontuosa, lievitante aggettivazione, più volte in coppie o terne come per continue espansioni: palpitante e timida; appassionato, subitaneo rimorso; delicato e indifeso; colore gentile e intimo.

Sulla scorta di questo, si può percorrere il brano cogliendo come il lessico suggerisca continuamente la tonalità stregata dell'episodio e del romanzo tutto: la capra infernale, i sette inchini, non illuderti...d'esser felice, luce fantastica della luna, ad Anna balenò la certezze d'esser vittima di un inganno.


Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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