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Giovanni Della Casa – Al Sonno


Il tema del sonno, già classico e boccacciano, ha largo sviluppo nella poesia volgare e latina del Quattro – Cinquecento. Della Casa lo svolge con una gravitas, una maestosità e un pathos che hanno pochi eguali. Notare anzitutto la sapiente e densa tessitura fonica: i mortali del verso 2 contiene i mali del verso 3 e ali del verso 6 li contiene entrambi, oltre al frali del verso 5. Vediamo poi come si abbia rima equivoca in posa tra verso 5 e 8. Guardiamo adesso le due terzine: assuonano. Nella prima terzina, poi, la desinenza – ume al nono verso riprende fonologicamente il brune del verso precedente, ultimo della quartina.
Troviamo poi delle forti rispondenze: sì gravi del v.4 fa il paio con non have del v.6; le tre o vocative dei primi due versi riecheggia in oblio, ond'è, omai, ov'è (v.3,4,5,9); dal verso 5 l'attacco con soccorri si unisce a solleva, Sonno, sovra, sogni; nei versi 13 – 14 ombre sembra ripetersi in colme.
Il pathos del componimento è mosso innanzitutto dalla natura degli enunciati, mai meramente dichiarativi con la sola eccezione dei vv.12 – 13: la prima quartina è pervasa dalle invocazioni; la seconda dalla quadruplice richiesta di soccorso; la prima terzina dalla duplice interrogativa, e la seconda, introdotta da Lasso, espressione di dolore, si chiude con un doppio sintagma insieme vocativo ed esclamativo che inizia per maggior tensione a fine verso. L'agitazione sentimentale è confermata dai due queste di sapore esistenziale ai versi 6 e 12, e dal pronome personale me ripetuto due volte (vv. 7 -8) e che sembra preceduto da membra del verso 6 e a cui risponde il te del verso 12.
Tutte queste disseminazioni foniche lasciano intuire come il discorso di Della Casa non sia assolutamente statico, ma direzionale: parte da un inizio relativamente euforico, positivo per dirigersi verso un finale disforico. Questo schema progressivo è legato nei suoi punti da una serie di riprese: oscure – ombra – ombrosa; gelide – umida; asprezza – aspra; notti – notte; acerbe – dure contro queta e placido.
Della Casa è poi maestro di enjambements, così bravo da colpire l'attenzione di Tasso prima e di Foscolo poi, che identificò in quel verseggiare sì rotto la capacità di far sentire l'angoscia in maniera tangibile. Il gesto sempre ampio e contorto della sintassi che travalica le misure versali, contiene in sé stesso fratture e affanni.
La caratteristica gravitas di Della Casa, poi, è realizzata anche dal ritmo lento e solenne degli endecasillabi, che hanno tutti almeno quattro, spesso cinque ictus. La lentezza del ritmo va dunque di conserva ai rallentamenti e alle battute d'attesa prodotti dagli enjambements.  

Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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