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Umberto Saba – Il poeta e la sua città


Come spesso nella sezione giovanile Trieste e una donna del Canzoniere, cui appartiene questa poesia, la struttura è costituita di due strofe più brevi che ne inquadrano una più lunga, la prima fungendo da proemio o avvio, la seconda da sviluppo narrativo, la terza da conclusione, magari sentenziosa, o da conciliazione. In Trieste però, mentre la prima strofa è come sigillata in sé stessa della rima identica o epifora su città, tutte e tre sono connesse dalla rima in -osa, nascosta al mezzo nella prima e terza (3, 25), diffusa in tre uscite nella centrale, quella “narrativa” (8, 17, 21); e se la prima strofa annuncia l'ertai che tornerà con prospettiva rovesciata nella seconda (2, 15), la terza richiama quella iniziale per l ritorno delle parole tematiche città e cantuccio (1, 7, 23 e 5, 24). Allo sviluppo lineare e dispersivo della narrazione si sovrappone dunque una composizione circolare o ad anello, garante di unità. Oltre alle rime perfette, tra le quali la famosa fiore – amore, troviamo delle imperfette; nel complesso, comunque c'è pochissimo di non rimato, anche solo per assonanza. L'attacco è da poeta narratore, e si propone con estrema naturalezza, avviando il tema della passeggiata, comune a quel tempo. Il tutta iniziale, replicato dai tre ogni della seconda strofa, inscena immediatamente il tipico pathos sabiano e antimoderno della totalità. Singolarissimo, nella strofa centrale, il paragone di Trieste col ragazzaccio aspro e vorace... che forse prende luce dal confronto con la più tarda Frutta erbaggi della raccolta Parole, in cui un fanciullo entra ed esce impetuosamente da una bottega di frutta e verdura e al suo allontanarsi questa s'oscura / come una madre. Dunque l'atteggiamento di Saba verso la sua città scontrosa, non è di regola, filiale, ma materno. È un aspetto notevole del sempre intricato psicologismo di Saba, e qui forse anche del suo sentirsi antico come la razza cui apparteneva. Si potrebbe pensare ad un'assunzione su di sé del ruolo materno che la madre di Saba esercitò, o semplicemente a quel filo piuttosto consistente di omosessualità che percorre il Canzoniere e che è dichiarato nel romanzo Ernesto. L'animazione antropomorfica della città continua nei versi successivi: s'aggrappa, a concludere un tratto dove la fatica dell'inerpicarsi è espressa principalmente da una straordinaria sintassi iconica, tutta arresti e incisi e contorsioni; ed è sempre la sintassi, nel suo rapporto col metro, ad agire nell'isolamento di Intorno 19, unico trisillabo della poesia: la parola, che costituisce da sola un verso, e in enjambement, sembra dilatarsi per accogliere l'aria. E la strofa termina con una nota di ineffabile precisione, ma sempre nel regime ossimorico di tutta la lirica, che sposta il rapporto dell'uomo con la città dalla familiarità alla tensione e all'epica meraviglia.Ma la terzina finale concilia: nel clima senza illusioni della sua poesia, da cui l'illusione pur continuamente rinasce come per un'atroce e tuttavia incantevole fatalità psicologica. Se sullo sfondo di questi versi proiettiamo il tipico tema d'epoca del contrasto insanabile fra individuo intellettuale e calda vita, allora bisogna dire che in Saba, una volta di più, fra attitudine pensosa e schiva dell'individuo e vita collettiva vi è integrazione, raggiunta e non solo cercata, come mostra anche la figura etimologica che scocca tra viva, appartenente alla città, e viva, al soggetto. Non meno interessante è il fatto che il testo finisca con una clausola, metricamente bloccata, altamente letteraria, derivante non senza un forte retrogusto leopardiano, da incrocio di due luoghi petrarcheschi; e questo per correzione di una non egregia lezione precedente, contemplativa. Trieste era iniziata, rivediamolo, con un motivo o movimento del tutto prosastico, aveva proseguito con una transizione altrettanto poveramente narrativa, per modularsi quindi su un'eco probabile di quel melodramma, soprattutto verdiano, che Saba prediligeva per la sua popolarità (cfr. questo / popoloso deserto / che appellano Parigi, dalla Traviata, atto III, sc. ultima). Da quell'inizio rasoterra si ha dunque in progressione esattamente l'ascesa dal consueto quotidiano alla nobiltà meditativa. È una delle cifre di Saba essere insieme terrestre ed epico.


Tratto da STORIA DELLA LINGUA ITALIANA di Gherardo Fabretti
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