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Il genere oratorio a Roma



L’ambiente romano e l’oratorio

A Roma gli spettacoli religiosi battono particolarmente sulla scenografia e sulla macchinistica teatrale, ad esempio quella di Gian Lorenzo Bernini. Estendendo in profondità lo spazio prospettico, collegandolo a quello reale della sala per mezzo di un unico asse visivo centrale, la scena riusciva ad indurre un artificioso scambio tra verità e finzione. Anche la musica cerca uno stile accattivante: le linee si fanno più morbide, si mischiano toni tragici e comici, si alternano monodie a polifonie omoritmiche. Il genere musicale che più risponde alle esigenze controriformistiche della chiesa romana è l’oratorio.
L’oratorio, alter ego religioso del melodramma, è un genere che trae spunto per i suoi soggetti dalla tradizione religiosa. Nasce in Italia. Il nome deriva dagli edifici della seconda metà del
Cinquecento destinati agli esercizi spirituali di laici e religiosi, la cui funzione mirava a ripristinare i valori originali della cristianità. Composizione drammatica al pari del melodramma, sia per struttura sia per coinvolgimento di pubblico sia per evoluzione storica, si articolava tramite personaggi e dialoghi diretti, mentre la scena e l’azione venivano sostituite da una narrazione svolta dalla figura di uno storico.
Il più importante compositore di oratori è Giacomo Carissimi, che compone in latino presso la Compagnia del Crocefisso. La sua è una produzione che mostra più la genesi che lo sviluppo del genere, ancora legato a grande varietà di forme ed ampio numero di voci. Il coro aveva la funzione di rendere la storia del protagonista vivibile soggettivamente a tutto il pubblico. I suoi dialoghi concitati con il solista, infatti, hanno la funzione di desoggettivizzare la storia per renderla di insegnamento e sensibilità generale.

Tratto da STORIA DELLA MUSICA di Gherardo Fabretti
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