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Il nuovo Washington Consensus


Il punto di partenza è il Washington Consensus degli anni '90/'00. Esso è una dottrina predicata da istituzioni globali, in particolare dal FMI (che oggi il fondo stesso critica mentre prima lo appoggiava, soprattutto a partire dagli anni '80) è una dottrina che sosteneva la rilevanza della liberalizzazione dei movimenti di capitale, cioè la necessità e l'opportunità che i paesi si aprissero alla creazione di un mercato globale dei capitali, della ricchezza, della possibilità di scambiare strumenti finanziari, ritenendo che fosse un elemento essenziale per l’integrazione.

A partire dagli anni '80, il FMI appoggia questa dottrina e sostiene che aiuta i paesi in difficoltà a condizione che il paese interessato apra il proprio mercato al mercato dei capitali e partecipi alla creazione di un mercato globale finanziario. È dunque predicato dal fondo sia dal punto di vista "teorico" come scelta meritabile anche per progressi tecnologici che favoriscono l’ integrazione finanziaria, ma sotto un altro aspetto il fondo lo pone come condizione di un paese ad adottarlo (condizionalità del FMI), imponendo l'obbligo di togliere i controlli ai movimenti di capitale dei propri cittadini. Negli anni '70 i movimenti di capitale dei cittadini italiani erano molto controllati e chi faceva violazioni rischiava la prigione, quindi vi era un regime estremamente vincolante.

Negli anni '80 questa cosa cambia e il fondo, ma anche il governo e le banche USA, i grandi protagonisti di Wall Street, sostengono il W.C. perché si ritiene che se i mercati sono più liberi è più facile far sì che i risparmi si trasformino in investimenti: maggiori investimenti = maggiore crescita.
L'integrazione dei mercati di capitali non produce solo danni o guai.
Successivamente, sempre più frequentemente si interviene e un'economista del FMI, Camdessus nel '97 dice che un po' troppo movimento di capitale può creare instabilità, volatilità nelle transazioni, rischi (bolle speculative) ma questi rischi sono inferiori ai vantaggi. Il W.C. consente un efficiente istituzione degli Stati. È una fase insvezzabile, necessaria e fondamentale nel percorso di sviluppo economico.
In un'economia chiusa S=I ciò che risparmio investo; in un'economia aperta invece posso aver I > S interni e se sono povero non ho una grande capacità di risparmiare e quindi di investire, tuttavia ci possono essere risparmi esteri che vengono investiti in quell'economia ritenuta magari emergente, in via di sviluppo e molto promettente. Il discorso ha una logica ma gli economisti si preoccupano.

Negli anni '90 molti economisti, tra cui il premio nobel James Tobin, suggeriscono di tassare le transazioni finanziarie: se si mettono imposte sulle transazioni, si riduce il ritmo, la velocità con cui questa massa di capitale gira per il mondo in maniera talvolta anche speculativa. La Tobin Tax è una tassa sulle transazioni finanziarie ma non su tutte: per lui bisognava tassare il capitale in maniera funzionale alla sua velocità. Ad esempio, se il cittadino italiano risparmiatore vede in paesi emergenti possibilità che promettono molto bene ed egli compra una quota di un fondo di investimenti specializzato nei paesi emergenti, un fondo d'investimenti che raccoglie i soldi per investirlo in imprese dei paesi emergenti. 10.000 Euro vengono posti in un fondo i cui gestori finanziano imprese in paesi emergenti. Questo è un investimento del mercato globale e lo si può fare in qualsiasi momento. Un investimento del genere non viene tassato, colpito secondo Tobin perché viene presa una decisione guardando a imprese che sembrano buone, ci si fida dei gestori, ecc. Ma se dopo aver fatto l’investimento, dopo tre giorni il fondo aumenta di valore per ragioni qualsiasi, il risparmiatore decide di uscire dall'investimento, di ritirare i propri capitali: questo spostamento veloce di movimenti di capitale non va bene perché gli spostamenti veloci creano instabilità, speculazione, squilibri. Per questo non bisogna tassare i movimenti di capitale in quanto tali (perché ce ne sono alcuni buoni) ma bisogna tassare i movimenti di capitale bollenti “bit and run” o mordi e fuggi, cioè quelli che vanno alla ricerca del profitto speculativo e poi si ritirano; chi fa un investimento del genere e dopo poco tempo disinveste dà segno di disinteressamento dell'investimento stesso e ha fini speculativi magari: questo comportamento deve essere colpito. L'obiettivo era quello di colpire quei movimenti di capitale in funzione della loro velocità con cui vengono investiti e poi disinvestiti, perché all’investitore non interessa della crescita dei paesi emergenti. La proposta di Tobin non andò mai in porto perché intanto c’era bisogno di tutto il mondo d’accordo, poi perché chi ha un comportamento del genere, mordi e fuggi, va alla ricerca di grossi guadagni e con un'imposta del 10% o 15 % è difficile che disincentivi la speculazione mondiale quando magari poteva guadagnare somme enormi.

Molti altri economisti di rango ritengono che, anche per ragioni tecnologiche e non solo politiche o legate alla grande finanza, la globalizzazione finanziaria era inevitabile.
• Inizio anni '80: FMI sostiene liberalizzazione del mercato dei capitali (elemento essenziale della globalizzazione)
• Si ritiene che maggiore libertà capitali privati porti a maggiori investimenti e maggiore crescita.
• Appello di Camdessus, ad. IMF, 1997
- I rischi di instabilità sono minori rispetto ai vantaggi: WC consente efficiente distribuzione dei risparmi. È fase inevitabile dello sviluppo.
• Argomento molto dibattuto negli anni '90:
- Tobin e Dornbusch e l’imposta sulle transazioni finanziarie (1996)
- Fischer e altri sostengono inevitabilità della liberalizzazione finanziaria

Il problema è che il Washington Consensus degenera: avvengono molte crisi finanziarie anche forti dal 1990 a oggi. Si comincia da quella dell'Asia del 1998.

Tratto da STORIA DELLA POLITICA ECONOMICA INTERNAZIONALE di Federica Palmigiano
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