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L’impatto disuguale della globalizzazione del 19° secolo


Vediamo alcuni casi di pro e contro della globalizzazione.

Si ritorna alla prima fase della globalizzazione, tra 1850-1914, si parte dalla rivoluzione industriale e dal XVIII secolo. L'epicentro è in Gran Bretagna.
Ci sono state delle esternalità positive? Ci sono state altre aree del mondo positivamente contagiate grazie all'integrazione oppure l'epicentro è rimasto in UK? C'è stata una diffusione della rivoluzione industriale grazie alle relazioni economiche internazionali?
In questa determinata fase non tanto. Molto scarsa fu la propagazione della rivoluzione industriale attraverso il commercio estero, lo scambio di tecnologie, di conoscenze. Sicuramente scarsa in Europa, alcuni paesi del nuovo mondo (USA, Australia, Nuova Zelanda) legati a UK nel corso degli anni ne beneficiarono ma la rivoluzione industriale produce comunque un divisione del mondo tra il centro, la culla della produzione che era l'Inghilterra e la periferia, il resto del mondo che continuò ad essere per molti decenni o molto povero oppure specializzato esclusivamente nella produzione di materie prime che inviava al centro, avendo così molto poco da guadagnarci dalla rivoluzione industriale. Non si può dire che lo scoppio della rivoluzione industriale abbia prodotto una riduzione delle disuguaglianze.

Coloro che progressivamente inseguono UK, quelli che successivamente avrebbero sperimentato una progressiva industrializzazione nella loro economia, sono chiamati " second comers" o " late comers" e avevano due requisiti:
1) il loro lavoro diventa sempre più istruito, professionale, qualificato anche grazie ai centri di sapere, alle scuole di commercio, e quindi vi è un buon lavoro, riserva di manodopera relativamente istruita e qualificata,
2) istituzioni efficienti, per il fatto che si comincia a lavorare anche sulla cornice istituzionale, sull'ambiente, per buone istituzioni si intendono efficienza dei sistemi legali, politica stabile, tutela dei diritti di proprietà, ordinamenti giuridici più all'avanguardia. Tutto questo favorisce l'investimento (incentivo per investimenti privati), espansione dei mercati, l'accumulazione di capitale che dai tempi di Smith è sempre stato individuato come lo strumento fondamentale per la crescita.
Questi sono due punti importanti che vengono anche favoriti dall'integrazione attraverso/grazie a la migrazione: il ruolo propulsivo, e positivo dei migranti dall'Europa verso nuove aree di insediamento del nuovo mondo è formidabile, così come i movimenti di capitale, cioè il fatto che ci fossero certe cariche che scommisero sull'industrializzazione di paesi più arretrati di UK, oppure grazie anche al ruolo delle istituzioni inclusive cioè quelle che favoriscono la crescita e le opportunità come scuola, università, diritti politici, sistemi di welfare, possibilità di condivisione di scelte, tutte cose che non ci sarebbero state senza integrazione, con barriere e frontiere chiuse.
La rivoluzione industriale insomma, soprattutto la prima, continua a essere concentrata in UK ( factory of the world) ma progressivamente si vede anche il bicchiere mezzo pieno grazie alla globalizzazione/integrazione.
Questo rappresenta il primo vantaggio, il primo punto a favore della Globalizzazione reale (grazie al capitale stranieri si hanno movimenti di capitali), per il ruolo positivo di migrazione + movimento dei capitali + istituzioni inclusive. Progressivamente ci fu un assorbimento della rivoluzione industriale e delle tecniche inglesi.

Il bicchiere è mezzo pieno perché pochi furono i paesi che riuscirono effettivamente ad assorbire le tecniche inglesi e ad agganciare, afferrare e seguire UK nella sua rivoluzione industriale.
Molti effetti sui paesi periferici furono tendenzialmente negativi: i paesi periferici rifornivano la madrepatria (come il caso del Commonwealth), venivano sfruttati per le risorse naturali/alimentari che i paesi centrali non avevano (come UK), risorse che rendevano di meno se coltivate nei paesi centrali rispetto alle industrie.
A lungo, il flusso dalla periferia al centro aveva come unico obiettivo quello di trasferire materie prime dalla periferia (che vive quindi effetti negativi) al centro, verso il paese più industrializzato, dove invece c'erano fabbriche e industrie.

Questo accade anche perché indubbiamente, dominano le élite: ci sono studi di storici ed economisti che mostrano come l'assenza anche di requisiti politici, istituzionali, di democrazie, di diritti politici, il fatto che molte società fossero dominate da sovrani, dominate da poteri molto esclusivi contribuisce a questi processi; ci sono molti studi che dicono che la relazione causale non parte dalla tecnica, dalla tecnologia, dalla crescita economica e quindi questo produce democrazia (questa è la cosiddetta teoria della modernizzazione, secondo cui prima devi diventare ricco, poi diventi un democratico e puoi allargare la società, il consenso, le istituzioni, ecc); invece molti fanno vedere che nella storia è successo il contrario quindi prima bisogna avere una base di diritti politici, di democrazia, di istituzioni funzionanti, di funzionamento delle infrastrutture e poi tutto questo dà la possibilità di avere progresso tecnico, crescita economica, industrie, ricchezza. Dunque questi studi fanno vedere che quando le classi dirigenti politiche sono prevalentemente elitarie in cui esiste monarchia assoluta, classi con pochi al potere che estraggono risorse dal resto della popolazione e per questo sono istituzioni estrattive, tutto questo produce poca industrializzazione, poca crescita, e funzionamento dell’economica molto modesto.

Insomma un primo svantaggio della globalizzazione reale è questo: ci sono dei paesi in cui, grazie a classi dirigenti poco democratiche, dato che appartengono alla periferia, vengono più facilmente sfruttati e rappresentano il cuore delle materie prime, alimentari che rifornisce il centro del sistema (UK).

Un'altra situazione critica è che i vantaggi comparati, cioè il fatto che il paese debba specializzarsi nelle cose che sa fare meglio, spesso si "cristallizzano" nel senso che non si modificano e così il paese non riesce a modificare la propria specializzazione, non riesce a specializzarsi e a cambiare questo modello di specializzazione. Questo provoca, di nuovo, aumento della povertà nel sud del mondo. È come se, con l'apertura delle frontiere, io che trovo la mia specializzazione nell'export di un bene, sono in qualche modo destinato dal gioco economico a mantenere fisso questo ruolo. La specializzazione nell'export all'inizio mi può dare un bel vantaggio per il clima e il territorio, quindi ben venga la globalizzazione; ma a lungo andare, anno dopo anno, continuare in questa esportazione non mi fa diventare ricco. Altro discorso sarebbe se io progressivamente dall'export comincio ad essere industria di quel determinato prodotto e questo, partendo da una propria dotazione naturale, provoca ricchezza perché si riesce a scalare la catena del valore. Nella storia, spesso il vantaggio comparato si cristallizza: chi è più povero e comincia a partecipare al mercato globale con quello che ha, tendenzialmente è destinato a restare al margine; se invece le frontiere fossero chiuse si può avere un'industria del prodotto in cui il paese è più specializzato, più bravo.

Dati della Turchia: 1890 importava il 75% di tutti i prodotti tessili che consumava, perché era parte di un mercato globale; questa percentuale diventa il 3% nel 1800, l'industria tessile turca nell'800 è stata sgominata da una concorrenza molto più agguerrita, più efficiente proveniente da paesi più sviluppati (calo tariffe e costi trasporto). Ci sono anche squilibri demografici con la natalità che aumenta e la produttività che diminuisce.

Ci sono poi casi che fanno vedere come, con il partecipare al mercato globale, paesi più arretrati vedono distrutte le loro industrie perché non sono più competitivi. Il crollo industrie avvenne in Asia, America latina che nel 1913 avevano 1/3 di attività industriale del 1800. È successo anche in Italia con la nostra industria chimica-farmaceutica: sono stati profusi una quantità enorme di capitali pubblici e privati e sono stati messi nell'industria chimica a partire dal 1944 fino agli anni '60-'70 e alla fine l'industria non ha retto alla concorrenza estera. La ricchezza di questi paesi non coinvolgeva i nuovi ricchi, ma veniva concentrata moltissimo nei pochi cartelli che esportavano materie prime, in cui questi paesi si specializzavano rifornendo il centro, mente loro rimanevano sempre alla periferia. La concentrazione della ricchezza era formata da pochi esportatori di materie prime elitari (esempio dell'Argentina con beni come cereali e bestiame).

Questo era di nuovo un processo elitario con èlite che avevano poteri interni enormi estraendo risorse dal resto della società.
Questi sono fenomeni che nel corso dell'Ottocento hanno rappresentato non un aspetto virtuoso dell'integrazione, fondato sul miglioramento della produttività e la riduzione delle disuguaglianze, ma al contrario un aspetto negativo della globalizzazione, fondato su rivoluzione industriale, la spoliazione di tutte le attività industriali e la creazione di istituzioni estrattive, cioè di gruppi potenti della società che diventano molto ricchi ed estraggono risorse dal resto della società a loro sottomesso.

La divisione internazionale del lavoro (riprendendo la categoria di Smith), man mano che i mercati si allargano nell'Ottocento, diventa iniqua anche a causa della cristallizzazione del vantaggio comparato, non è una divisione del lavoro benefica in senso smithiano. Questo è il secondo svantaggio della Globalizzazione reale.

Tratto da STORIA DELLA POLITICA ECONOMICA INTERNAZIONALE di Federica Palmigiano
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