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La formazione in bioetica

In uno dei Dialoghi di Platone, Menone chiede al suo maestro Socrate: è insegnabile la virtù? La risposta del maestro fu: Virtù essa proviene per divina sorte. Ma Parliamo di Berlinguer: fu presidente del comitato nazionale di bioetico nel 1999 per il quale firmò un Protocollo con il Ministero dell'Istruzione, con lo scopo di sviluppare iniziative comuni a favore delle scuole, volte alla conoscenza dei problemi che scaturiscono dai progressi delle scienze in rapporto alla vita dell'uomo e delle altre specie e dall'uso delle biotecnologie, e all'acquisizione di consapevolezza delle implicazioni giuridiche, sociali e morali connesse a tali progressi.

Il primo protocollo, dell'Istruzione, ha però subito lunghi ritardi per un motivo specifico, del tutto inatteso: l'accusa impietosa del giornali e delle associazioni cattoliche di voler indottrinare gli adolescenti e perfino i bambini con una “Bioetica di Stato” imponendo una morale nella quale ognuno pensa che il bene e il male sono quel che ciascuno laicamente pensa per se. A questo si è aggiunto il sospetto che gli insegnanti laici volessero devastare la formazione morale data dalle famiglie. L'accusa è in poche parole quella di voler corrompere l'animo dei giovani.

Ci si chiede dunque, Perché insegnare la bioetica? La ragione più ovvia è che ciò può aiutarci a capire meglio le relazioni fra la scienza, la vita e le scelte morali, a decidere con più consapevolezza, a svolgere coscienziosamente le nostre attività personali e professionali, ad alleviare la vita delle persone che sono oggetto delle nostre cure.

Oltre a promuovere l'autonomia personale, la bioetica deve considerare che in un mondo globalizzato che cambia rapidamente, si devono riconoscere molteplici concezioni etiche. Ciò costituisce una delle basi della libertà umana, più che un ostacolo, ma al tempo stesso rende matura l'esigenza di stimolare la creazione di un senso comune in relazione a nuove problematiche etiche, e alle sconfinate possibilità che si aprono di fronte al progresso delle scienze e alle sue applicazioni. In questa visione può essere opportuno il richiamo a Immanuel Kant che nelle sue Lezioni di etica associa la scienza delle regole secondo cui l'uomo deve agire (cioè la filosofia pratica) all'antropologia, come scienza delle regole della condotta umana effettiva: l'una e l'altra, dice, sono strettamente connesse, e la morale non può sussistere senza l'antropologia, essendo pregiudiziale la conoscenza del soggetto.

Nove volte su dieci in occasioni quali seminari, interviste, conferenze, a un esperto di bioetica si chiede di trapianti, di organismo geneticamente modificati, di procreazione assistita, di clonazione, di BIOETICA DI FRONTIERA, di problemi collegati agli ultimi sviluppi delle scienze biomediche e ad applicazioni pratiche che prima erano impossibili e perfino impensabili. Sul piano filosofico, giuridico e antropologico sono temi di estremo interesse, sul piano pratico questi sviluppi influiranno domani su tutti, ma al momento coinvolgono pochi, e il fascino della novità spinge spesso a trascurare un altro campo più vicino all'esperienza comune, cioè la BIOETICA DELLA VITA QUOTIDIANA. Essa riguarda le condizioni persistenti della stragrande maggioranza degli esseri umani nel nascere, crescere, ammalarsi, curarsi, nel rapporto tra i generi, con gli altri viventi e con l'ambiente, nel morire. Due campi di una stessa bioetica, ecco come li considereremo.

La bioetica è sempre presente a volte in modo esplicito ma più spesso per vie spontanee, tradizionali o innovative, nell'attività svolta da chi esercita le professioni sanitarie negli ospedali, negli ambulatori, al domicilio dei malati. Al tempo stesso la bioetica può costituire una delle basi della etica pubblica che riguarda i principi, le priorità, le regole, le decisioni operative dei cittadini, per quanto attiene sia alle innovazioni tecnico-scientifiche, sia ai problemi della vita di ogni giorno. Si può anche pensare, come dimostrano i molti contrasti dell'attività legislativa che sia molto difficile giungere a ordinamenti comuni. Si può inoltre riconoscere che l'attività normativa procede con ritmi ben più lenti, rispetto al progredire delle scienze e ai mutamenti della realtà. Si può persino sostenere che le norme morali hanno avuto un'influenza assai minore e prefino minima rispetto alle leggi della forza, nell'influire sui destini delle persone e delle società. Se deve però dare atto che questa influenza talvolta è decisiva (vedi l'abolizione formale della schiavitù). Ciò è particolarmente importante ed evidente nel campo della salute, le motivazioni morali in tale ambito sono state espresse e chiarite dall'UNESCO: la salute, dice, ha un duplice valore morale: intrinseco, per la qualità della vita e strumentale come precondizione della libertà. L'altra motivazione morale è che le ineguaglianze fra ricchi e poveri sono percepite sempre più ampiamente sia nella salute in se sia nell'assistenza sanitaria, in quanto esse contribuiscono all'ingiustizia e alla disperazione, e in quanto la loro crescita non si ferma.


di Marianna Tesoriero
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