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Declinare la flessibilità lavorativa

La flessibilità è essenzialmente quella che vede nelle rigidità regolative e il nel costo economico scaricato sul sistema produttivo da diritti sociali "sclerotici" un ostacolo insuperabile alla crescita e alla creazione di occupazione, e individua conseguentemente nella "deregolazione" l'unica vera ricetta per contrastare l'elevata disoccupazione europea.
Solo eliminando le rigidità normative e quindi restituendo alle imprese piena libertà nel variare le condizioni di impiego della forza lavoro in aderenza alle fluttuazioni sempre più veloci della domanda, sarebbe possibile ricreare condizioni di piena occupazione anche in Europa.
In questo contesto, la flessibilità si misura per approssimazione rispetto al traguardo ideale rappresentato dalla condizione "per cui il mercato del lavoro è regolato unicamente dal libero incontro della domanda dell'offerta di lavoro".
Alla deregolazione del rapporto di lavoro corrisponde, sul piano della protezione sociale, un welfare state minimo, residuale, programmaticamente rivolto a ridurre nei limiti del possibile gli effetti distorsivi che da esso comunque derivano sul funzionamento efficiente del mercato concorrenziale.
Essere protetto significherebbe allora essere dotato di un minimo di risorse, necessarie per sopravvivere in una società che limiterebbe le sue ambizioni ad assicurare un servizio minimo contro le forme estreme di deprivazione.
In questo modello, la previdenza dovrebbe essere largamente privatizzata e poggiare sul principio di gestione finanziaria della capitalizzazione, l'unico in grado di coniugare al meglio, nel lungo periodo, le funzioni di assicurazione dei rischi sociali con il risparmio, la crescita della produttività del lavoro e lo sviluppo economico.
L'aumento delle diseguaglianze sociali, evidentemente connaturato a un modello che riduce al minimo la portata delle politiche redistributive, costituisce, nell'ottica dei suoi propugnatori, anche una virtù, per la forza creatrice di ricchezza che in realtà queste soltanto saprebbero sprigionare.
Nei documenti della Commissione europea, ove ci si liberi da letture strumentali o unilaterali dei "messaggi", non può non percepirsi la forte eco di un altro modo di declinare la flessibilità.
Si tratta di quello già chiaramente indicato nel Libro bianco su Crescita, competitività e occupazione di Delors, laddove si metteva in guardia contro "la flessibilizzazione intesa come strumento per aumentare gli occupati a livello aggregato, aumentando però, al tempo stesso, la precarietà del lavoro e la sua tendenziale dequalificazione".
Questo modo di declinare la flessibilità rifiuta seccamente la logica binaria di una ineluttabile relazione inversamente proporzionale tra crescita e welfare state ed anzi assume che forti e radicati sistemi pubblici di protezione sociale costituiscano la pre-condizione alla competitività economica nel lungo periodo, oltre che della coesione sociale sulla quale soltanto questa può svilupparsi.
In questa diversa ottica, un elevato grado di protezione sociale del lavoratore "sul mercato" (e prima ancora un alto livello di garanzie e di sicurezza nell'ambito dello stesso rapporto di lavoro) non esclude affatto la flessibilità, ma al contrario la implica e la rende possibile.
Un adeguato sistema di protezione sociale costituisce, in altri termini, una "vincolo benefico", in quanto "può ridurre l'incertezza economica, accrescere la capacità di adattamento e la prontezza ad accertare cambiamenti, sostenere un maggior numero di rischi, far acquisire competenze specializzate e perseguire opportunità di investimento".
di Stefano Civitelli
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