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G. Debenedetti: la critica come approccio alla letteratura


Ogni grande scrittore, nella sua lotta col diavolo, si colloca nell’ottica di un giudizio divino, verso una dimensione testamentaria che raccoglie in sé il senso di una cultura, della sua storia e del suo destino. In questa nozione della letteratura che attende un giudizio, come anche nell’esporsi del critico al giudizio di Dio, si possono certamente ricondurre le radici ebraiche di Debenedetti, e il segno lacerante lasciato dalla guerra e dai suoi orrori. Sia nella diverse fasi dell’attività di Debenedetti, sia nel suo diverso confronto con le terribili emergenze della storia, questa necessità di un giudizio riconduce sempre al riconoscimento di una dimensione vitale della letteratura, identificata con la presenza di un personaggio e con il suo essere segnato da un destino. Nel destino, infatti, si riconosce il senso della vita, nel suo coagularsi nella scrittura, nel rivelarsi e fissarsi finale.
Nella Prefazione 1949 ai Saggi Critici. Prima serie, dal significativo titolo Probabile autobiografia di una generazione, Debenedetti parla dello stesso riflettere del critico sul proprio lavoro a porsi in un orizzonte postumo ed epigonale. Guarda infatti alla storia della critica italiana degli ultimi trent’anni come ad una storia di uomini che recitano la tragedia greca, che si appoggiano ad un testo teorico, ad una falsariga, ad un copione già dato, un coro di Ritiri occupati a soffiare nei propri strumenti tenendo sui ginocchi la partitura crociana. Oggi non c’è nemmeno questo.
Debenedetti, in questo scempio, ci invita a credere ancora, nonostante tutto, nella critica letteraria, a viverla e a sentirla come un’esposizione e insieme una protezione di ciò che è minacciato, a praticarla nel suo instabile e costitutivo equilibrio tra passione e ragione, tra rigore e leggerezza, tra disponibilità comunicativa e necessità di nascondersi, sottrarsi e sospendersi.
La critica come tentativo di far rivivere autenticamente l’esperienza sempre più minacciata dell’arte e della letteratura, di prolungarne il rilievo e la presenza, oltre i vincoli di una vita sociale che tende sempre più a limitarle, a chiuderle in spazi sempre più ristretti, marginali e separati. Oggi chi vuole far critica deve più che mai credere nella letteratura, in un orizzonte escatologico di chi vuole sottrarla, pur conscio della sua provvisorietà, a quella che Mariàs definiva Negra Espalda del Tiempo.

di Gherardo Fabretti
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