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I pionieri del collezionismo: la collezione del cardinale Fesch

L’interesse che i pionieri del collezionismo rivestono ai nostri occhi, non risiede nel semplice fatto che comperassero quadri, un hobby senza dubbio utile e meritorio, ma troppo spesso nella luce della ribalta e quindi oggetto di servile adulazione, al contrario la loro importanza è da vedere in termini diversi. Spesso per nulla inclini a esprimersi attraverso la pagina scritta, era solo sulla scorta visiva delle loro collezioni private che si potevano esternare il loro gusto e questo gusto ci elargisce testimonianze di notevole importanza; costituisce una fonte primaria di informazione in merito a un fenomeno che ci vedrebbe altrimenti affatto privi di dati e notizie. Gli anni che corrono dal 1840 al 1860 sono stati in Francia e in Inghilterra il periodo decisivo per la rivalutazione di quasi tutti i grandi geni della pittura che clamorosamente non figuravano nell’Emiciclo di Delaroche; una rivalutazione, occorre aggiungere, che nella maggioranza dei casi precede le indagini storico esegetiche dedicate agli artisti in questione. Questi anni di frenetica speculazione industriale, di spaventosa indigenza e di fermenti politici, furono per gli intenditori d’arte veri e propri anni d’oro e questo per il fatto stesso che in linea generale venivano fatti oggetto del pubblico disprezzo. La smaniosa propaganda volta a convincere i nuovi ricchi a investire il loro denaro in quadri moderni, il seguirsi di scandali prefabbricati altamente pubblicizzati dall’Art Journal e da altre pubblicazioni consimili allo scopo di spaventare il pubblico nei confronti dei cosiddetti antichi maestri, dei quali, per altro, nel solo 1838 entrarono in Inghilterra oltre 6500 opere, una gaffe della National Gallery; qui la stampa diede il massimo risultato per la gioia dei filistei: tutto ciò non mancò di produrre i suoi effetti. L’arte moderna fiorì come non mai determinando il crollo del mercato della pittura antica. All’improvviso un evento inatteso gratificante la vendita tra il 1840-5 deli 3000 quadri collezionati dal cardinale Fesch, zio di Napoleone, una vendita colossale, la più imponente che sia mai stata organizzata. Non c’è dubbio che essa sia paragonabile alla collezione Orleans quanto al numero dei capolavori messi sul mercato: si spaziava da Raffaello a Giorgione, da Leonardo a Michelangelo, da Rembrandt a Poussin e a Watteau. Il cardinale possedeva opere eminentissime e a volte del tutto ignorate e del pari la più strepitosa collezione di primitiva che sia mai esistita, fatta eccezione per quella di Solly. Non c’è dubbio, di conseguenza, che il fattore scelta svolgesse un ruolo primario. Dopo il 1845, con la dispersione della collezione Fesch, il volto del collezionismo europeo subì un cambiamento radicale, definitivo.

di Alessia Muliere
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