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Il liberalismo nel XVIII – David Thomson

Il liberalismo, più chiaramente nell’accezione attribuitagli dall’Europa continentale, assomigliava al nazionalismo, nel senso che si fondava sulla convinzione che dovessero instaurarsi fra comunità e governo, società e Stato, rapporti più organici e completi di quelli Settecenteschi. In quanto dottrina, il liberalismo si distingueva dalla democrazia liberale in quanto propugnava più la sovranità delle assemblee parlamentari che quella del popolo; chiedeva poi l’estensione del diritto di voto a tutti i proprietari. Dava più importanza alla libertà che all’uguaglianza. I regimi ideali erano la monarchia costituzionale o una repubblica parlamentare, poggiata sul suffragio di una minoranza ma atta a proteggere l’uguaglianza di tutti davanti alla legge.

La democrazia radicale aveva in comune col liberalismo la derivazione dal razionalismo settecentesco e l’opposizione alle disuguaglianze del vecchio ordine. Se ne distingueva, sostenendo che la sovranità si fonda sulla volontà generale di tutto il popolo. Proponeva il suffragio universale per tutti i maschi e strumenti di democrazia diretta come plebisciti e referendum. Era insomma devota agli ideali di uguaglianza nei diritti civili e politici. Nelle forme più estreme, chiedeva la stessa uguaglianza in ambito sociale ed economico.

Fin dopo il 1850, socialismo e comunismo trovarono la loro sede naturale non in Europa, ma in America, dove l’abbondanza di terre e la libera immigrazione offrivano nuova possibilità di vita a tutti quelli che volevano sfuggire alle restaurate monarchie europee. Anche le idee socialiste derivavano dalle teorie di Rousseau e della Rivoluzione Francese.

di Domenico Valenza
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