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Il mercante storico dell’arte, Theopfhile Thoré

È questo un momento cruciale nella storia del collezionismo: il momento in cui il mercante storico dell’arte soppianta il mercante-artista nelle vesti di arbitro del gusto. La sua riscoperta del quasi dimenticato Vermeer, l’accanimento col quale ne ricercò le opere per tutta Europa, la perspicacia con cui seppe ricostruire le tappe della su carriera artistica, la tenacia con cui sostenne ciò che oggi è comunemente accettato – cioè che Vermeer si situa fra i massimi pittori di ogni tempo - : dal 1830 al 1840 Thoré si occupò di critica d’arte impegnandosi a scrivere articoli e saggi sull’arte contemporanea, ma al tempo stesso prese a interessarsi alla pittura antica. Le sue simpatie erano orientate in modo spiccato verso i romantici, con particolare riferimento al pittore paesaggista Rousseau e sebbene differisse da lui in tutto o quasi, condivideva l’opinione di Baudelaire secondo il quale il movimento romantico non doveva comportare un allontanamento dalla vita contemporanea. L’interpretazione che Thoré ci propone della pittura olandese suggerisce una singolare analogia col rinnovato interesse per l’arte primitiva fiorentina. Per altro verso i pittori – che a differenza dei primitivi fiorentini - erano stati lungamente oggetto di entusiastica ammirazione, ma al tempo stesso con una sorta di ritrosia, venivano caratterizzati in termini affatto nuovi, atti a conferirgli una dimensione totalmente diversa. Il nome di Thoré è precipuamente legato proprio a Vermeer; Thoré precisa che nel 1842, mentre si trovava in Olanda per affari era stato colpito dalla Veduta di Delft del Museo Reale, ma che quando aveva consultato il catalogo per scoprire chi ne fosse l’autore, si era trovato al cospetto di un autore sconosciuto. Solo nel 1849 Thoré cominciò ad approfondire la conoscenza dell’artista con una sorta di fanatico zelo e propagarne il nome tra gli amici. Fu così che negli anni 50 e 60 molti viaggiatori francesi che si trovarono a soggiornare in Olanda, e del pari numerosi intenditori tedeschi e inglesi, presero a interessarsi e conformarsi su Vermeer. Nei molti articoli da lui scritti Vermeer veniva spesso ricordato con espressioni entusiastiche e variamente idonee a stimolare l’interesse per questo artista. La monografia di Thoré su Vrmeer rappresentò, se non il primo, certo un precoce esempio di quei cataloghi ragionati corredati da un’introduzione critica, che oggi costituiscono uno strumento abituale di consultazione. Ma non per questo si trattava di un’opera obiettiva; Thoré era deciso a tramutare il suo beneamato Vermeer in un pittore della condizione umana, e se fu indotto a sostenere che Vermeer fun seguace di Rembrandt non fu per il convincimento che gliene veniva da elementi strettamente visivi, quanto semmai per il fatto che Rembrandt era i più umano fra tutti i pittori olandesi; paragona l’espressività fisonomica e l’ingenuità profondamente umana di Rembrandt e di Vermeer; una sola volta Thoré fu sul punto
di individuare un Vermeer diverso, non umanista, più affine al pittore che in epoca successiva avrebbe suscitato l’interesse degli amatori d’arte. Senonché, circostanza alquanto ironica, fu sospinto in questa direzione solo quando gli venne di commentare un dipinto che oggi sappiamo non essere opera di Vermeer, bensì un tardivo imitatore settecentesco dell’età d’oro della pittura olandese.
di Alessia Muliere
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