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Il metodo di lettura di Asor Rosa su Calvino

Asor Rosa cerca di provare come molti libri scritti da Calvino possano essere considerati tante varianti possibili di uno stesso libro, oppure come i molti problemi da lui affrontati non siano che le molteplici formulazioni possibili di uno stesso problema, o meglio di uno stesso gruppo di problemi. Asor Rosa fa una proposta di metodo di lettura, che chiama costruzione di un modello interpretativo. Ciò che si propone di indagare in sostanza sono le strutture psichiche e concettuali profonde dello scrittore. Questo tipo di analisi porta a una più netta distinzione fra contenuto e forma, tra pensiero e stile e in favore del contenuto e del pensiero: la stessa cosa insomma si può dire in due modi diversi. Calvino sceglie perciò la modalità del comico (distacco dal particolare concreto, dall’immediatezza dei contenuti). Quando perciò Calvino parla di cambio di rotta, intende l’adozione di un nuovo codice linguistico e stilistico che serve a dire qualcosa che l’impostazione precedente non è riuscita a dire. Asor Rosa definisce la ratio Calviniana come un’inesauribile, ricca, pulsione definitoria, un imponente apparato di mezzi linguistici e stilistici, creato a poco a poco e messo al servizio del bisogno d’individuare ciascun fenomeno osservato e poi rappresentato. La ratio Calviniana è prodotta e incrementata da una rinuncia. Calvino è uno scrittore fortemente empirico, cioè aristotelico, nel quale l’osservazione è una categoria che conta almeno tanto quanto la definizione. Egli è uno scrittore strutturalistico-semiologico: per questo atteggiamento si intende una strumentazione conoscitiva che combina osservazione empirica e rigorosa raccolta dei materiali e attività ordinatrice di alcuni grandi quadri concettuali (vedere bene le cose ad una ad una per poi riordinarle in maniera arbitraria, cioè fantastica). Questo punto di vista è una procedura conoscitiva. Di conseguenza i piani narrativi con cui si ha a che fare nella narrativa di Calvino sono sempre due (ma possono anche essere di più). All’inizio della carriera dello scrittore, la duplicità si presenta come dialettica. C’è una fase di scoperta in cui marxianamente la duplicità è quella che vede contrapposti da una parte natura e biologia, dall’altra ideologia, storia e progresso. È importante osservare che fin quasi dall’inizio della sua storia si manifesta una sorta di fascinazione biologica: il punto oppositivo al razionalismo calviniano è proprio la natura e la biologia, ovverosia quanto nell’universo non si è ancora sedimentato in esperienza culturale umana e forse non lo sarà mai. Questo è di per se un tratto singolarissimo nel panorama letterario italiano del novecento. Tra gli anni ’60 e ’70 vi è una fase in cu Calvino pensa che l’autore vada soppresso, mentre importanza sempre
maggiore va ad assumere il lettore. Un’altra linea di forza nell’opera Calviniana è quella della morale (un’idea di morale che deve dar forma allo stile). La vocazione morale dello scrittore ha un riscontro nelle fisionomie di tanti suoi personaggi: Kim, Marco Polo, Marcovaldo, Palomar, sono tutte figure morali, ma anche incarnazioni del punto di vista di Calvino; ci accorgiamo infatti che Calvino non ha neanche provato ad inventare un personaggio che non fosse un travestimento di se stesso. Ma la morale ha a che fare con le persuasione estetiche profonde, con l’attitudine narrativa complessiva dello scrittore. È una cosa che fa corpo con la pulsione definitoria, con la vocazione scrittoria che contraddistinguono Calvino.

di Alessia Muliere
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