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Il modo grmmaticale ottativo per la critica

Il modo grammaticale più appropriato per la critica potrebbe o dovrebbe essere quello ottativo. L’indicativo è il modo del tecnicismo descrittivo, dell’ossessione della ricostruzione minuta. L’imperativo il modo dello smascheramento ideologico e della imposizione di modelli di valore totalizzanti, del riferimento a linee programmatiche , a scelte di poetica predeterminate, a propositi aggressivamente militanti.
L’ottativo è il modo della proiezione, della possibilità annunciata, del dialogo col passato e coi suoi testi, della ricerca di un altrove garantita proprio dall’incontro gentile e dialogico coi testi del passato e coi lettori del presente. È un tipo di critica che pur conscia dell’impossibilità di giungere ad una conciliazione, fa della stessa impossibilità la sua bandiera e la sua forza. È una ricerca senza fine del compimento e del riscatto che si dispone autonomamente nello spazio della civitas, dello scambio con gli altri, del confronto col passato come dono, come costituzione di possibilità per il presente.
Una critica ottativa è ottativa nella sua analisi sin dai primissimi confini del suo oggetto di studio: l’incipit e l’explicit. La questione degli esordi e dei finali chiama in causa il problema del non finire, del rapporto con la nascita e con la morte. Confrontandosi ottativamente con questi confini si mostra l’impossibilità di chiudere qualsiasi tipo di testo entro se stesso, entro lo specchio della sua struttura e della sua presunta autoreferenzialità. Un giudicare lontano dunque dai tecnicismi dell’indicativo e dalle solide teorie dell’imperativo. Ciò porta la letteratura e la critica a confrontarsi con ciò che Ricoeur considera la necessaria ambizione di ogni storico: cogliere dietro la maschera della morte, il volto di quelli che hanno già vissuto, hanno agito e sofferto, e mantenuto le promesse che altri hanno lasciato incomplete. Il critico e lo storico sono quindi redentori del passato, e pertanto non possono non proiettarsi in una dimensione futura, che li porta al tentativo disperato di sopravvivenza alla morte; la temporalità fondamentale di cui parlava Heidegger che non si traduce però nell’essere per la morte ma nell’essere contro la morte. La critica letteraria, in fine ultimo, sembra un disperato tentativo di sopravvivere alla morte pur scivolando verso di lei. Un po’ come diceva Leopardi nel suo Sopra un bassorilievo antico sepolcrale.
Come vincere allora la morte? Con un atto di pietas, di sepoltura redentiva. La critica diventa allora un continuo salvaguardare la memoria, memoria di chi nella sua vita ha lasciato promesse inadempiute, che ha subito il laceramento della morte e del dolore senza portare a compimento ciò che si era prefigurato, o che ha insegnato qualcosa che vale la pena essere tenuto in vita.
Oggi la sepoltura che salvaguarda la memoria viene sostituita da quella che disperde e frantuma: la rete telematica. La velocissima fruibilità dei testi snatura lo stesso valore dell’impegno alla conservazione di essi, diffondendo un’idea sbagliata, molle e facilona, di pietas critica. La memoria perde la sua stessa aura di sacralità e di concretezza, e la stessa nozione di ricordo si riduce ad un file da pc raggiungibile in qualsiasi momento. L’antica pietas della critica e della storia, diventa uno squallido cimitero postmoderno, fatto di cavi e schermi.

di Gherardo Fabretti
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