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Il pensiero pedagogico di Gramsci

La cultura non è più qualcosa che si ottiene percorrendo faticosamente una strada fatta di oscurità e di ostilità del mondo esterno, conquistando il reale progressivamente, ma qualcosa di sempre disponibile, presente, agile, flessibile, aperta, decentrata, plurale. L’orizzonte telematico e digitale e le apparenze pubblicitarie offrono in questo senso i modelli più esemplari, e in apparenza vincenti, di rapporto col mondo, creando l’evanescenza del lavoro e della conoscenza.
Tutto questo mette seriamente in pericolo i nodi essenziali del pensiero di Gramsci, come quello della società civile e della cultura nazionalpopolare, e impone di rivedere l’intera concezione gramsciana della società civile e della diffusione sociale della cultura. È infatti chiaro come si stia rinunciando ad ogni autentica visione critica della società, e di questa in particolare, pensando di poter costruire una scuola basata su una nozione di cultura evanescente, indeterminata, genericamente “metodologica”, ribaltata sul presente e affidata ai simulacri illusori delle comunicazioni di massa.
Alla base del pensiero pedagogico di Gramsci c’è una critica assai netta alle pedagogie della spontaneità e al loro spirito illusoriamente libertario e pseudo – illuministico, legato al presupposto della trasparenza educativa, alla pia fiducia in una comunicabilità e una realizzabilità immediata dei modelli positivi, evitando stoltamente di fare i conti con le contraddizioni delle situazioni concrete, con la resistenza materiale dei soggetti e i condizionamenti incontrollabili del mondo esterno.
La centralità del problema della scuola viene sottolineata da Gramsci in una postilla su uno dei primi numeri dell’Ordine Nuovo (21 giugno 1919) dove, sintetizzando, si fa presente che in uno stato democratico – parlamentare il problema della scuola è insolubile politicamente e tecnicamente e che la borghesia come classe che controlla lo Stato si disinteressa della scuola.
La vera è più importante riflessione di Gramsci sul problema della scuola la troviamo però nei famosi Quaderni del carcere, dove si sgancia da un diretto obiettivo politico e si lega strettamente alla domanda “che cos’è l’uomo?”. Questo perché se l’uomo si considera “come l’insieme dei rapporti sociali”, allora il senso del suo essere si trova nei rapporti con il mondo esterno, quindi con la natura e gli altri uomini, nell’attività verso l’esterno; si realizza, dice Gramsci, “nell’attività per trasformare e dirigere coscientemente gli altri uomini”.
Se questa attività si riferisce principalmente alla politica, finisce anche per sovrapporsi al ruolo di ciò che chiamiamo scuola, questo perché il rapporto pedagogico è costitutivo della società nel suo complesso, e riguarda innanzitutto la stessa iterazione tra gli individui. L’attenzione alle questioni scolastiche viene sottolineata in maniera più netta nel Quaderno 12, che negli Appunti e note sparse per un gruppo di saggi sulla storia degli intellettuali, prospetta una visione globale del nesso società – cultura – intellettuali, facendo scaturire nel modo più netto il problema della scuola da quello stesso della funzione intellettuale nelle società moderne.

di Gherardo Fabretti
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