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Il punto unico di scala mobile

Il secondo momento di rilievo della gestione Agnelli fu la sottoscrizione il 25 gennaio 1975 con la Federazione CGIL CISL UIL dell'accordo che concludeva la vertenza sull'indennità integrativa introducendo il punto unico pesante e la trimestralizzazione della scala mobile.
L'accordo venne poi recepito in un provvedimento di legge che lo estese a tutti i lavoratori dipendenti.

Sotto il profilo delle relazioni tripolari, questo accordo costituì motivo di conflitto sia della Federazione sindacale sia della CGII con il governo: un simile accordo introduceva fattori di accelerazione dell'inflazione che facevano leva sulla possibilità degli imprenditori di scaricare sui prezzi i costi costantemente crescente del lavoro in condizioni di libera fluttuazione della moneta.
Resta famosa la polemica tra Agnelli e La Malfa: quest'ultimo accusò le parti sociali di "fuga dalle responsabilità” mentre Agnelli pose l'accento sulle responsabilità dei governi nella crisi del paese evidenziando il dissesto della finanza pubblica, la gestione delle PP.SS. Le cui aziende operavano in concorrenza con l'industria privata ma godevano di accesso privilegiato ai fondi del bilancio dello Stato.
Tuttavia va sottolineato che un accordo del genere poneva un ostacolo insuperabile per coloro che, come La Malfa (vicepresidente del governo bicolore Moro), volevano risanare la finanza pubblica prima che questa andasse fuori controllo (cosa che infatti accadde). Fu per questo che Boyer, presidente dell'INTERSIND (e come tale maggiormente condizionato dal potere politico), si rifiutò a lungo di sottoscrivere l'accordo, salvo poi essere costretto a recepirlo per evitare un peggioramento del clima sindacale nelle aziende dell'IRI.

Sotto il profilo delle relazioni bipolari, l'accordo contribuì ad abbassare la conflittualità nelle aziende anche se le conseguenze di medio-lungo periodo furono negative.
Nell'ottica dell'industria la chiusura di quella vertenza rispondeva ad un beneficio: garantire con un meccanismo automatico accrescimenti che compensassero la svalutazione monetaria così da eliminare un  motivo forte di conflitto all'interno delle azienda. Tuttavia non mancavano forti controindicazioni: tale meccanismo poggiava sul presupposto della possibilità di scaricare sui prezzi i maggiori costi del lavoro in una corsa di rialzo che, nel lungo periodo, sarebbe stata distruttiva per l' economia del paese. Inoltre tale accordo rispondeva agli interessi di raffreddamento del conflitto nelle grandi industrie, ma da esso scaturivano più oneri che benefici per le medie e soprattutto piccole imprese (soprattutto per quelle con meno 15 dipendenti e quindi non interessate dall'applicazione dello Statuto dei lavoratori).
In questo clima di tensione interna alla CGII, vanno calate anche le critiche contro Agnelli accusato, dopo le elezioni amministrative del '75, di voler favorire l'entrata del PCI nella maggioranza.

Nell'ottica della Federazione sindacale tale accordo aveva tre giustificazioni: l'introduzione di elevate garanzie salariali per il mondo del lavoro; l' automatico aggiornamento della busta paga in una situazione di accresciuta svalutazione monetaria riduceva la necessità del ricorso frequente e costoso allo sciopero; con questo accordo le Confederazioni riacquistavano un forte peso politico anche sul terreno contrattuale e riducevano lo spazio di trattativa delle Federazioni.

Il consenso all'accordo, tuttavia, occultò le sue potenzialità negative.
Tale accordo esaltò la spinta all'egualitarismo salariale senza che il sindacato rischiasse di perdere rappresentatività nelle categorie a maggiore qualificazione: il meccanismo introdotto avrebbe in breve appiattito le retribuzioni via via che il peso dell'indennità integrativa fosse divenuto preminente nella busta paga rispetto al salario correlato alla categoria o allo status del lavoratore. A questa uniformizzazione dei salari avrebbe contribuito anche la pressione fiscale crescente nelle fasce più alte di reddito.

di Cristina De Lillo
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