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Il segno, la significazione e il valore linguistico

Seppur sia necessario alle comunità per poter articolare la realtà, il segno perde ogni riferimento obbligato e logico con le cose essendo composto non più da tre elementi, bensì da sole due facce, di ordine psichico:

Non esistendo più un altrove metafisico, la visione antireferenzialista rifiuta categoricamente una relazione del tipo:

- rappresentando invece il linguaggio come ciò che si autodefinisce al suo stesso interno, ovvero come relazione sistemica tra termini: a-b-c. Il rimando tra le due facce restanti crea un supporto diadico, che unisce in maniera inscindibile il concetto, definito significato, e un’immagine acustica definita significante, in uno schema siffatto in cui le frecce verticali indicano questo rinvio interno che crea la significazione del segno:

Dunque, non esiste relazione con alcun oggetto esterno alla lingua stessa, le realtà non sono predefinite e trasportate nei segni linguistici, né il linguaggio può mescolarsi ad oggetti di natura diversa da se stesso, pertanto i significati non sono dati preliminarmente ma provengono da valori promanati dal sistema. Dire che i segni si definiscono nell’ambito stesso del sistema linguistico significa considerarli nei loro rapporti reciproci di relazioni ed opposizioni. Pertanto il sistema si configurerebbe come un ordito in cui ciascun segno acquisisce un valore determinato dalla presenza simultanea degli altri segni, relazione rappresentabile ora attraverso frecce orizzontali. Dunque nella lingua non vi sono se non differenze. Dunque una parola riveste una significazione (interna) ed un valore (relazionale). Il valore di ciascun termine è determinato da ciò che lo circonda. Il valore non riguarda soltanto il significato ma anche il significante, dato che il suono di una parola non è determinabile in se stesso ma in quanto si differenzia dagli altri, permettendo di distinguere le immagini acustiche.
Primi due principi: arbitrarietà e linearità del segno. Il legame tra significante e significato è arbitrario radicitus (in modo radicale) nelle sue stesse fondamenta, in qunato collega due entità paritmenti ricavate mercè un taglio arbitrario nella sostanza dei suoni e dei contenuti. Si distingue una arbitrarietà verticale tra significato e significante e una seconda arbitrarietà definita orizzontale che riguarda i segni relazionali nel sistema che oppongono piani della stessa natural ovvero significato/significato e significante/significante. Tale carattere viene spiegato in termini di sostanza e forma. Ciascuna lingua segue una propria arbitrarietà formale, ovvero un proprio sistema di forme, con cui forgiare (formalizzare) le due masse informi, sulla sostanza prelinguistica indistinta del continuum fonico (espressione) e del mondo sensibile (contenuto).

Riprendendo il concetto di “digitalizzazione”, è qui evidente che tanto il continuum dei suoni quanto quello dei concetti vengono segmentati, ritagliati, resi discreti, attraverso griglie arbitrarie. In quest’ottica possiamo definire il linguaggio come “ciò che divide il reale”. Questo tipo di arbitrarietà orizzontale definirebbe per ciascuna lingua proprie griglie di identificazione delle entità linguistiche, tale che ciascuna lingua avrebbe propri modi di formare, quindi di codificare. Esiste un terzo tipo di arbitrarietà definita relativa che ridimensiona l’irrazionale nascita dei segni attribuendo così una sorta di ordine e regolarità in certe parti del sistema. Tali segni, in cui il rapporto interno tra i piani del segno sono “relativamente motivati” o parzialmente arbitrari, sono generalmente frutto delle regole grammaticali. Anche dal punto di vista grafico si riscontra una sola dimensione: contrariamente ad altri segni visivi dove è possibile la simultaneità di più elementi, nei significanti linguistici non si possono sovrapporre grafemi, né si possono pronunciare due suoni accavallandoli: in entrambi i casi sono espressi in una linea temporale che forma una catena di elementi in successione.
di Niccolò Gramigni
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