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Immigrazione a Napoli capitale

L’afflusso verso la capitale era sollecitato dalle grandi possibilità di lavoro che dovettero diventare un  mito.
Napoli, la capitale, richiedeva prestazioni e attività (cioè lavoro) di ogni genere. Anche il mare aveva la sua importanza per la città ed era risorsa economica e di lavoro. C’erano pescatori, barcaioli, marinari; ma anche il mercato del pesce con i suoi venditori.
Su Napoli convergeva gran parte del traffico dell’intero Regno e intorno al porto si muoveva un mondo di vari mestieri e di attività.
Nonostante tutto ciò l’immigrazione superava l’offerta di lavoro.
La ragione principalmente era anche un'altra, infatti i cittadini della capitale pagavano meno tasse rispetto a quelli della provincia, che ricevevano una forte pressione fiscale.
Il governo comunque si preoccupava di mantenere la città in tranquillità, infatti si occupava sempre del vettovagliamento della città quando c’era una carestia o un aumento di prezzi, per evitare rivolte o disordini.
L’amministrazione stivava grandi quantità di grano in magazzini detti Fosse del Grano. Per questo grano e pane mancavano raramente dal mercato ed erano venduti ad un prezzo politico soggetto solo a qualche lieve oscillazione.
In provincia le cose erano diverse: prezzi e disponibilità del grano non erano sempre assicurati, c’era una forte pressione fiscale e una pressione sociale dei ceti dominanti. Quindi una vita precaria a Napoli non poteva essere peggiore che restare in provincia.
Tutto questo ci fa capire il perché di questi grandi spostamenti nella capitale.
A Napoli però quello che mancava, con chiarezza, era l’assenza di una borghesia che fosse diventata imprenditrice nella crescita napoletana. Tutto il commercio rimaneva in mano ai grandi mercanti internazionali che da secoli controllavano il Mezzogiorno.
Mancava anche un controllo edilizio ed urbanistico della crescita.
Negli anni 60 del sec XVI il governo aveva vietato la costruzione di borghi al di fuori di certi limiti. Ma il divieto venne largamente violato e i borghi erano diventati altrettante grosse città.
di Stefano Oliviero
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