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John L. Austin: atti linguistici performativi

Linguista del ‘900 che ha scritto un libro che si intitola Come fare cose con parole.
Gli atti linguistici performativi non sono legati all’aspetto psicologico. Sono simili alle regole costitutive: così come le regole costitutive danno senso a comportamenti, così gli atti performativi sono atti linguistici che ci permettono di fare cose (dire questi enunciati è compiere un’azione).
Per es. la promessa (si genera un obbligo), la scommessa, la minaccia, l’ordine, il nominare , il dare un nome ad un bambino,..

Esiste una tribù tongana per la quale non esistono promesse: fare una promessa non impegna a mantenere un obbligo, ma serve a smorzare la tensione che prova un’altra persona (scopo pragmatico immediato). Si genera un obbligo ma che non si sente di dover mantenere. Prometto: genero l’obbligo ma non il dovere di mantenere l’obbligo.
Per es. stipulare un contratto con oggetto illecito: il contratto è stato stipulato, ma non è valido.

Dal punto di vista sintattico gli enunciati per produrre un atto performativo sono all’indicativo presente (“Io ti prometto che ti porto al cinema”).

Ci sono differenze fra atti performativi: 
- Atti performativi thetici: pongono uno status deontico (come l’obbligo nel caso della promessa). L’obbligo non si esaurisce con la frase enunciata. Per es. “Ti prometto di andare a prendere un gelato”.
- Atti performativi athetici: tramite l’enunciazione esprimo l’azione che si compie (per es. un saluto), ma non ha a che fare con l’atteggiamento psicologico (per es. dire una cosa e pensarne un’altra). L’azione si esaurisce con la frase enunciata. Per es. “Io ti saluto”.
“Ciao” non è un atto performativo, perché non dice l’azione che si compie.

I performativi possono essere performativi deboli (la loro esistenza si esaurisce nell’atto della produzione linguistica, per es. “Ti saluto”) e performativi forti (l’effetto non si esaurisce quando li pronunciamo).
di Francesca Morandi
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