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La Corte di Giustizia nei rapporti tra Comunità e Stati

Nel 1963 la Corte aveva affermato “che i singoli possono far leva sulle disposizioni dei Trattati se questi conferiscono loro diritti e impongono agli Stati membri un obbligo così preciso e incondizionato da poter essere adempiuto senza la necessità di ulteriori misure”.
Ma la “costituzionalizzazione per via giudiziaria” è iniziata con l’affermazione, ad opera della Corte, l’anno successivo, del primato del diritto comunitario rispetto alla legislazione precedente e successiva degli Stati membri.
Dopo le prime forti rivendicazioni di competenza basate sui valori e tradizioni comuni, l’opera di fondazione della Corte è andata alla ricerca di basi sicure, attraverso un processo tutt’altro che facile e lineare.
È facile avvertire la difficoltà interpretativa di un sistema che si dilata da 6 a 25 Stati.
La Corte non ha brillato per un “elevato tasso di garantismo dinamico”, rispetto ad un Europa in profonda evoluzione: i nuovi bisogni non hanno trovato tutela o non sono stati sottoposti al suo esame.
La vera eccezionalità dell’opera della Corte è stata nella sua capacità di incidere “nella dinamica dei rapporti di potere fra Comunità e Stati membri”; nello “sviluppo di una higher law, di norme superiori a tutela dei diritti fondamentali”.
La Corte ha evitato di formulare “principi giuridici”, ed esita ad intervenire sui problemi di equilibrio del contratto rinviando al diritto interno.
Il “diritto comune” e il processo costituente europeo
Vari gruppi di studio stanno lavorando per tracciare le linee di un codice civile europeo, sui metodi di comparazione, su varie ipotesi di possibile uniformazione, ma il testo che ha avuto più attenzione per i risultati e per la lunga e sapiente attività di preparazione è ancora il corpus dei Principi di diritto europeo dei contratti redatti dalla commissione Lando.

di Stefano Civitelli
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