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La restaurazione del Congresso di Vienna - Reinhart Koselleck

Durante il Congresso di Vienna vennero gettate le basi giuridiche e politiche per un nuovo assetto dell’Europa. Il trattato diede principio a un’epoca in cui, in Europa, a confronto con i secoli precedenti, le guerre diventarono più rare, le guerre civili, invece più frequenti. Solo due guerre spostarono politicamente i confini fissati dal trattato: le guerre d’indipendenza dell’Italia e della Germania negli anni tra il 1859 e il 1871. L’altra guerra internazionale del secolo, quella di Crimea, mirava all’assetto territoriale dell’Europa sud-orientale e dell’Impero Ottomano, rimasto escluso dal congresso di Vienna.

Il relativo successo del trattato di Vienna (e il periodo di splendore per la diplomazia europea) fu possibile solo perché, in precedenza, con la rapida conclusione di una serie di trattati di pace, erano già stati risolti numerosi problemi, creando in tal modo per le trattative di Vienna quelle premesse che permisero soprattutto alle due potenze-guida dell’Europa, Inghilterra e Russia, di poter influire tanto più liberamente sui problemi ancora insoluti. Prima di tutto, la Russia s’era procurata mano libera per mezzo dei trattati di pace con la Svezia del 1809, con la Turchia del 1812, con la Persia del 1813. Con l’acquisto della Bessarabia e della Finlandia si spinse ad Occidente. Alla Russia non restava che un grosso problema, quanto cioè in una quarta spartizione della Polonia, che teneva occupata, avrebbe potuto tenere per sé. Anche l’Inghilterra, nella pace, di Gand con gli Stati Uniti, s’era messa con le spalle al coperto. Le colonie francesi, spagnole e olandesi di cui s’era impadronita erano ancora occupate dagli Inglesi. La Gran Bretagna poteva ora tenersi zone strategicamente importanti e stabilire così la propria illimitata supremazia sul mare.

Non meno importante per l’andamento del congresso fu la pace rapidamente conclusa con la Francia il 30 marzo 1814 da parte delle potenze vincitrici: si respingeva la Francia ai confini del 1792, si stabiliva l’ingrandimento di Olanda e Piemonte e si deliberava uno statuto federativo per la Germania.

A nord-est della Francia sorsero i Paesi Bassi uniti, ampliati dal Belgio un tempo asburgico. A sud est della Francia venne restaurato un Regno di Piemonte e Sardegna, cui fu unita anche Genova. Ad entrambi fu riconosciuto il rango di potenza media e ad entrambi venne assegnata una serie di posizioni strategicamente importanti per formare una barriera contro la Francia.

Gli Asburgo dovettero invece ritirarsi del tutto dai possedimenti in Germania centrale, acquistando in compenso Salisburgo e l’Italia settentrionale. Il nuovo impero austriaco si sviluppò verso sud-est, uscendo dal suo antico territorio. La Prussia si volse in direzione opposta. Non ottenne né il passaggio frisone alla costa del mare del Nord, né ottenne la restituzione dei territori polacchi che le erano stati assegnati nella precedente spartizione della Polonia, né la Sassonia. Fu invece indennizzata in prevalenza con i territori sul Reno e in Vestfalia. Lo spostamento della Prussia a Occidente avvenne per la pressione esercitata dalla Russia verso il cuore dell’Europa. La Svizzera, ottenuto nel 1815 un territorio strategicamente completo, si assicurò la sua neutralità attraverso garanzie internazionali.

La garanzia più solida dell’equilibrio europeo era senza dubbio nella presenza insulare dell’Inghilterra, che seppe assicurarsi Helgoland, Malta e il protettorato delle Isole Ionie, da cui poteva esercitare il proprio influsso sul continente. Il risultato finale del nuovo assetto mostra che Russia da una parte e Inghilterra dall’altra ottennero una relativa vittoria, mentre le restanti potenze dovettero arrangiarsi a spese di quelle rispettivamente più deboli. Qualsiasi trattativa era sotto l’influsso delle due potenze europee.

di Domenico Valenza
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