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Politiche di inclusione sociale: il "Libro bianco sul welfare" e il governo Berlusconi

Il primo Piano nazionale per l’inclusione (PAN) indica proprio nella legge quadro e nella prevista estensione del RMI i due momenti di forza dell’impegno italiano nella lotta all’esclusione.
Di segno sostanzialmente diverso appare, invece, l'indirizzo di fondo accolto dal Libro bianco sul welfare del febbraio 2003, in cui la lotta contro l'esclusione prescinde largamente dalle politiche sociali, soprattutto di segno distributivo, e si realizza essenzialmente con altri strumenti di intervento, soprattutto, o quasi solo, con le politiche di marcata flessibilizzazione del mercato del lavoro e la politica fiscale diretta, peraltro con scarso successo pratico, alla riduzione del carico fiscale gravante sulle famiglie.
La fondamentale premessa analitica è che il vecchio Stato sociale distributivo sia entrato in una "crisi irreversibile" e che, di fronte alla "forza pervasiva" assunta dalla concorrenza tra i modelli socio-economici, occorre ripensare radicalmente l'intervento sociale dello Stato.
Lo Stato deve investire nel sociale limitando al minimo indispensabile l'intervento di tipo redistributivo, tendenzialmente paternalistico e distorsivo, e innescando invece processi di attivazione dei soggetti che incontrino nel loro ciclo di vita situazioni di fragilità e bisogno.
È in coerenza con tali premesse analitiche, che il Libro bianco delinea la strategia di fondo per affrontare le due priorità strategiche, i "due assi portanti sui quali fondare il quadro operativo delle politiche future": da un lato, la gestione della transizione demografica; dall'altro, il rilancio del sostegno alla "integrità della famiglia".
Il Libro bianco non delinea una precisa strategia operativa e si limita a sollecitare, da un lato, politiche favorevoli alla natalità, sostenendo soprattutto le giovani coppie e ampliando i servizi a favore della famiglia, e dall'altro a innalzare l'età di uscita dal mercato del lavoro dei lavoratori anziani.
Riduzione del carico fiscale e flessibilizzazione spinta del mercato del lavoro sono i due cardini delle politiche di inclusione.
Lo sviluppo dell'occupazione costituisce un elemento fondamentale della lotta all'esclusione sociale, un elemento rispetto al quale il RMI viene, invece, giudicato distonico.
Riprendendo valutazioni già fissate nel Patto per l'Italia del luglio 2002, il Libro bianco afferma infatti che "il reddito minimo di inserimento ha consentito di verificare l’impraticabilità di individuare attraverso la legge dello Stato i soggetti aventi diritto a entrare in questa rete di sicurezza sociale".
Per questo motivo, scaduta nella sperimentazione, esso sarà sostituito da un nuovo sistema parimenti sperimentale, il reddito di ultima istanza (RUI), "da realizzare e co-finanziare in modo coordinato con il sistema regionale e locale".
La soppressione del RMI chiude in realtà "ogni spiraglio all'introduzione di uno schema di reddito minimo garantito nel nostro paese, allorché lo riduce a programma regionale co-finanziato in misura minore dal Fondo per le politiche sociali".
Affidare il finanziamento del reddito di ultima istanza in via principale alle Regioni significa infatti porre le premesse per quella perpetuazione di "un universo di sistemi di welfare locali differenziati", alle cui distorsioni e ingiustizie distributive aveva cercato di porre un argine proprio l'introduzione di un istituto solidaristico di cittadinanza definito e finanziato a livello nazionale.
Inoltre, chiede anche questo contratto di sostanziale differenza rispetto al RMI, il RUI viene espressamente definito come uno "strumento di accompagnamento economico ai programmi di reinserimento sociale destinato a nuclei familiari a rischio di esclusione sociale i cui componenti non siano beneficiari di ammortizzatori sociali".
Esso sembra pertanto "una sorta di sussidio di povertà per le famiglie povere e non protette da ammortizzatori".
Anche in questo significativo frammento di ritorno allo status quo ante c’è l’eco di quella restaurazione pseudo-modernizzatrice che rimette al centro del welfare nazionale il ruolo assistenziale della famiglia in vista di una sostanziale contrazione delle responsabilità dello Stato nella lotta all'esclusione.
A fronte della decisiva spinta alla flessibilizzazione del mercato del lavoro operata dal d.lgs. 276/2003 mediante la moltiplicazione di figure contrattuali "atipiche" poco o punto garantite, sembra essersi eclissato il tentativo di costruire una rete universalistica di sicurezza sociale attiva.
di Stefano Civitelli
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