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Testo e ipertesto

La tecnologia digitale, in apparenza destabilizzante, ha, dunque, soltanto riabilitato la contemporaneità, la comunicazione, la logica mostrativa, il ragionamento analogico, gli andamenti rozomatici, le procedure connettive, proprie alla conformazione della mente umana. L’ingegnere V. Bush elabora n As we may think la prima dettagliata idea di ipertesto e il primo apparecchio, il Memez, che avrebbe dovuto automatizzare un metodo più umano per gestire fatti e rimandi: “Un memez è un apparecchio nel quale un individuo reigstra i propri libri, il proprio arichivio e le proprie comunicazioni personali e che è meccanizzato in modo da poter essere consultato con eccezionali velocità e versatilità. È un’esclusione prvitata della sua memoria”. Seguendo il lavoro teorico di Bush, nel 1962 Engelbart realizza una vera implementazione il cui impatto metodologico collega file, proprio come un attuale ipertesto. Il termine viene coniato da Nelson: “Con ipertesto intendo scrittura non sequenziale, testo che si dirama e consente al lettore di scegliere; qualcosa che si fruisce al meglio davanti ad uno schermo interattivo. Così com’è comunemente inteso un ipertesto è una serie di brani di testo tra cui sono definiti legami che consentono al lettore differenti cammini”. Landow riprende la definizione di Nelson, inglobando nell’idea di ipertesto anche le discipline umanistiche: “Ipertesto è un termine che include il termine ipermedia, e indica un testo composto da blocchi di parole (o immagini) connesse elettronicamente da percorsi multipli, catene o tracce in una rete aperta. L’ipertesto è in poche parole una tecnoclogia dell’informazione nella quale un nuovo elemento, il link, svolge un ruolo centrale”. Per Barthes (1970) il testo unico non è accesso a un modello, ma ingresso di una rete a mille ingressi; seguire tale ingresso vuol dire mirare a una prospettiva di frammenti, di voci derivate da altri testi, da altri codici, il cui punto di fuga è però continuamente arretrato, misteriosamente aperto. Per Focault un testo è infinito, non è mai un universo di significato chiuso ma vive in una struttura di collegamenti e rimandi ad altri testi: solo in questo molteplice irnvio è possibile smascherare le ideologie e i nessi genealogici di un’opera con il sistema sociale politico e con i rapporti di potere e dominio che vengono veicolati o implicitamente incarnati da un testo. Per Derrida ogni testo costituisce una illimitata dissertazione ed è per sua natura decontestualizzabile. L’ipertesto, privo di un asse organizzativo principale, è quasi decostruito per definizione e si presenta come una logica da rimodulare secondo la cultura dell’utente che trasforma i propri interessi nel proprio centro d’indagine e di esperienza.
di Niccolò Gramigni
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